A. Zampieri

Libero Docente in Semeiotica Medica – Specialista in Storia della Medicina

Nel campo delle concezioni patologiche, nel corso del ‘600, sulla spinta delle ricerche sperimentali applicate allo studio dei fenomeni biologici e clinici, si assiste al sorgere di due grandi scuole mediche: gli iatromeccanici e, in contrapposto, gli iatrochimici.

Caposcuola del primo indirizzo di pensiero fu indubbiamente Santorio SANTORI. Nato a Capodistria nel 1561, iniziò qui i suoi primi studi, che poi continuò a Venezia. A 14 anni si portò nello Studio padovano, occupandosi prima di filosofia e poi volgendosi alle discipline mediche; si laureò nel 1582. Cinque anni dopo fu richiesto dal re di Polonia ed in questo paese ben presto acquisì grande fama, come clinico avveduto e colto, spesso richiesto da nobili e principi.

Nel 1611 tornò in Italia e fu nominato lettore di medicina teorica nello Studio di Padova, con il notevole stipendio di 800 ducati; in questa città rimase a lungo, esercitando con molto successo la sua professione

In questo periodo pubblicò i suoi primi studi e ricerche, suscitando l’invidia dei colleghi. Per questa situazione venutasi a creare, rinunciò all’insegnamento, tornando ad abitare a Venezia, coltivando con successo l’arte medica, che gli permise una vecchiaia agiata. Ideò anche nuovi strumenti, anche chirurgici, ed il pulsilogio per rilevare il ritmo del polso. Morì in questa città il 22 febbraio 1636.

Le sue prime opere sono il Methodi vitandorum errorum, del 1602, cui fecero seguito alcuni commentari alle opere di Galeno, Avicenna ed Ippocrate.

S. Santori, Commentaria, Venetiis, 1660

Lo scritto suo più famoso è il De Statica Medicina, edito a Venezia nel 1614: in questo vengono esaminati i processi del ricambio dell’uomo, sia in condizioni fisiologiche che patologiche, messi in rapporto alla traspirazione che avviene attraverso la cute, la “perspiratio insensibilis”.

S. Santori, De Statica Medicina, Patavii, 1710

Questa viene indagata e misurata con il metodo della pesata, impiegando una grande bilancia appositamente costruita. Di qui tutta una serie di brevi aforismi, in cui vengono riassunte tutte le sue osservazioni.

Il libro ebbe subito un grande successo e molte successive edizioni ed indubbiamente rappresentò una svolta nuova ed anche incredibile nel pensiero medico di quei tempi. Numerosi furono i suoi seguaci che continuarono ed approfondirono questo tipo di ricerche.

Altro caposcuola della iatromeccanica fu Gian Alfonso BORELLI, che considerò come fondamentali nello studio del corpo umano le leggi della meccanica e della statica. Nato nel 1608 a Castel Nuovo di Napoli, nulla si conosce della sua giovinezza; in gioventù era a Roma, ove seguì le lezioni del matematico Castelli; non si sa ove si laureò in medicina. Negli anni compresi fra il 1637 ed il 1639 si trasferisce a Messina, come lettore di matematica. Nel 1656 si porta a Pisa, sempre con lo stesso insegnamento, e qui si occupò anche di anatomia e fisiologia. Nel 1658 si reca a Roma, per incarico granducale, per tradurre ed interpretare un prezioso codice arabo da poco scoperto, riguardante gli scritti di Apollonio, poi stampato a Firenze nel 1661. Nel 1667 tornò a Messina ma cinque anni dopo fu costretto all’esilio perchè sospettato di cospirazione antispagnola. Andò allora nuovamente a Roma, ove trovò protezione ed aiuto dalla regina M. Cristina di Svezia. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse in miseria; morì il 31 dicembre 1679 di polmonite.

Ritratto di G.A. Borelli

Fu membro dell’Accademia del Cimento e di altre associazioni italiane; di carattere difficile e puntiglioso, che lo portò ad avere pochi amici, conobbe la maggior parte degli scienziati del suo tempo. Molteplici i suoi interessi culturali, che lo portarono a dedicarsi alla fisica, alla biologia, all’astronomia.

Delle sue opere riguardanti la medicina, ricordiamo la Causa delle febbri maligne, stampata a Pisa nel 1653; il suo scritto più famoso è però il De motu animalium, edito postumo a Roma in due volumi negli anni 1680-81, frutto di tanti anni di esperienze e di studi.

G.A. Borelli, De motu animaliumLeida, 1685

Nel suo pensiero, il corpo umano viene considerato come una macchina che agisce secondo precise leggi e così, circolazione, respirazione, movimento, sono tutti fatti meccanici. I suoi concetti basilari su questa materia sono che è l’anima  la causa effettiva dei moti animali e che questa opera agendo sopra i muscoli, tramite i nervi. Tutto ciò viene esposto con tutta una serie di esempi e calcoli matematici, condotti per valutare la forza motrice dei singoli muscoli. Nella seconda parte, formula tutta una serie di ipotesi con cui spiegare, sempre come semplici fatti meccanici, la respirazione, la circolazione e la digestione.

G.A. Borelli, De Vi PercussionisBononiae, 1667

Terzo personaggio da ricordare è Jean Baptiste VAN HELMONT, una delle figure più interessanti ed eclettiche della medicina del XVII secolo. Nacque a Bruxelles nel 1577, studiò a Lovanio ove ebbe ben presto una cattedra di chirurgia; in seguito viaggiò molto, visitando vari paesi. Ebbe una vita agitata, anche a causa delle feroci persecuzioni dei suoi nemici che, per le sue astruse teorie e le visioni mistiche, lo accusarono più volte, denunciandolo anche all’Inquisizione. Morì nel 1644.

Le sue teorie dei fermenti si riallacciano a Paracelso, di cui fu un convinto seguace. Il suo pensiero, non privo di idee geniali ma spesso piuttosto oscuro, risulta un insieme di verità intuite ed idee occulte. Punto fondamentale è per lui l’archeo, il principio attivo, che ha sede nello stomaco, di cui esistono vari tipi: quello “fabbro”, che agisce sulla generazione; quello “influo”, che stava a rappresentare l’attività divina nell’uomo; quello “insito”, che regola i fenomeni fisici e psichici, e così via. A questi archei si accompagnavano altre due entità, che con il primo formano una specie di triade, il “gas” (cioè la materia aeriforme che si sviluppa nei processi fermentativi) ed il “blas” (che determina il movimento, sia volontario che naturale, che accompagna ogni trasformazione di energia).

Tutta l’essenza della vita è basata su fenomeni puramente chimico-fermentativi. Ritiene inoltre esistere nell’uomo sei tipi di digestioni, tutte su base fermentativa.

J.B. Van Helmont, Opuscula Medica, Lugduni, 1667

La malattia non è dovuta ad una discrasia degli umori, ma è un essere realmente esistente, con proprietà diverse, prodotta da fermenti alterati, nata dalle modificazioni dell’archeo. Queste idee si ripercuotono poi nella sua terapia ed i medicamenti devono cercare di riportare alla norma il disordine dei processi fermentativi dell’organismo ai quali presiedeva l’archeo; ogni farmaco dovrà però essere “appropriato” e capace di produrre effetti che sono stati preveduti solo da Dio.

Come si può vedere, sono dottrine certamente non facili da capire.

Tutto il suo pensiero si trova esposto nell’Ortus medicinae, la sua opera principale, pubblicata dopo la sua morte ad Amsterdam nel 1648, a cura del figlio.

J.B. Van Helmont, Ortus Medicinae, Amsterodami, 1648