M. Corsi – I. Pergentini – M. Muti – M. Turri – G.U. Corsini Dip. Neuroscienze, Sez. Farmacologia – Univ. Pisa

Tra i disturbi ciclici dell’umore, il Disturbo Bipolare è il più frequente e si manifesta con alternanza di fasi di malattia caratterizzate da umore di opposta polarità, depressivo o maniacale, e misto (contemporanea presenza di sintomi depressivi e sintomi di eccitamento maniacale).

Tale disturbo costituisce un importante problema di sanità pubblica dal momento che si presenta con elevata frequenza nella popolazione generale e determina importanti limitazioni del funzionamento psico-sociale. Il Disturbo Bipolare tende inoltre, nella sua storia naturale, a recidivare e a cronicizzare, pertanto una diagnosi e un intervento farmacologico precoci sono indispensabili al fine di migliorarne la prognosi.

Il trattamento farmacologico prevede l’utilizzo di classi di farmaci ad azione stabilizzante quali antiepilettici, antipsicotici atipici e Sali di Litio che rimangono a tutt’oggi e da oltre cinquant’anni il gold standard sia nella mania acuta che nella prevenzione delle recidive del disturbo.

Purtroppo però l’utilizzo del Litio dalla teoria alla pratica clinica presenta un “efficacy-effectiveness gap” della performance del trattamento. Questo “gap” dipende dalla qualità e dal genere di servizio impiegato nella somministrazione e nel monitoraggio della terapia. Il Litio è infatti un farmaco che richiede una gestione molto attenta.

E’ fondamentale un contatto periodico tra il paziente e lo specialista, innanzitutto per “educare” il paziente al nuovo farmaco e poi per permettere una continua valutazione dello stato di salute, osservare la corretta aderenza alla terapia e effettuare regolari monitoraggi del livelli serici del farmaco.

il Litio viene assunto esclusivamente per via orale e le concentrazioni seriche raggiungono il picco dopo 2-4 ore dall’assunzione della dose. La sua emivita è solitamente di 24 ore e si prolunga se assunto con alcune classi di farmaci, nell’anziano e nell’insufficienza renale; risulta infatti eliminato per il 95% con le urine e non metabolizzato dal fegato. Ciò che però è più importante sottolineare è che questo farmaco ha una finestra terapeutica stretta (0.50-0.80 mEq/L) che non infrequentemente può essere causa di intossicazione acuta da sovraddosaggio e i cui sintomi devono essere immediatamente riconosciuti. Inoltre una volta che il clinico ha optato per il Litio come scelta terapeutica, questa è quasi sempre una terapia a lungo termine e si deve quindi fare attenzione ai possibili effetti collaterali cronici, quali insufficienza renale o le alterazioni endocrine. E’ stato anche ampiamente dimostrato che il trattamento con Litio è gravato da un’elevata percentuale di drop-out, soprattutto quando non è gestito in una struttura specializzata.

E’ nell’ottica di quanto detto che è nata l’esigenza anche a Pisa di una collaborazione tra settori disciplinari diversi, la Sezione di Farmacologia del Dipartimento di Neuroscienze e la Clinica Psichiatrica, che hanno l’obiettivo comune di una gestione più completa del paziente in terapia con Litio. E’ nostra convinzione che un approccio integrato e caratterizzato dal dialogo costante tra il clinico e il farmacologo possa aiutare nel conseguimento degli obiettivi terapeutici colmando quel “gap” di cui parlavamo prima.