F. Ceraudo Direttore Centro Regionale per la Salute in Carcere

Il grosso portone di legno si chiude dietro le mie spalle e mi scuote sentimenti di tristezza, di malessere, quasi fossi stato sradicato da una realtà senza ritorno.

E’ un bellissimo mattino d’estate che inneggia a spensierate vacanze in riva al mare o in cima alle montagne e quest’atmosfera ancora più libera rende più esasperante il mio primo contatto con il carcere.

Fresco di laurea, ho accettato di buon grado, senza pormi eccessivi problemi, la proposta avanzatami da un collega anziano di ricoprire il posto di Medico Penitenziario al Don Bosco, resosi vacante in seguito alle dimissioni del Dr. Mammoli per le polemiche sorte dopo la morte in carcere del giovane anarchico Franco Serantini.

E’ un periodo di forti contestazioni sociali e soprattutto i movimenti studenteschi a Pisa lievitano, organizzando il malcontento e la  protesta.

Il clima politico giovanile è ricco, pieno di stimoli, è un’uscita da un lungo incubo, la rivalsa e la ribellione contro l’autoritarismo di secoli di storia.

Con Trento e Torino, Pisa già dal 1968 è divenuta subito una delle capitali della contestazione studentesca in Italia.

Gli studenti pisani svolgono molto lavoro di elaborazione culturale,  organizzano occupazioni, dibattiti e confronti.

La contestazione universitaria è soprattutto lotta di classe, perché ritengono lo studente non altro che un futuro lavoratore.

Per molti anni il clima politico è rimasto molto acceso.

In questo contesto si inserisce la tristissima vicenda di Franco Serantini morto in carcere per le lesioni riportate durante gli scontri con la polizia.

Prima di essere accompagnato in sezione, passo a conoscere e a salutare il Direttore dell’Istituto, che  mi riceve con un largo sorriso e con espressioni beneaugurali.

Quello con il Direttore per il Medico Penitenziario è un rapporto particolare, intriso di croci e delizie.

Il Medico con il Direttore dell’Istituto deve intrattenere un rapporto di proficua collaborazione e di reciproco rispetto, salvaguardando sempre la propria sfera di competenza.

Entro nell’infermeria.

Viene portato un detenuto per volta.

Una storia dietro l’altra.

Un abisso di necessità.

Mi rendo conto che basta disporsi ad ascoltare, a comprendere.

Sono sufficienti poche parole di conforto per calmierare situazioni paradossali, per recuperare gente perduta, gente votata alla disperazione, per innestare uno stimolo alla speranza.

Mi rendo conto quanto sia arduo leggere nell’animo degli uomini in carcere, penetrarne i misteri, prevederne i comportamenti, coglierne la fragilità, le durezze e i bisogni.

Volti anonimi, segnati dalla sofferenza, dalla tristezza, dalla solitudine si succedono.

Corpi invecchiati in fretta, anche se ibernati nel tempo della prigione.

I loro desideri vagano tra il rimpianto e la fantasia.

Si arrampicano vanamente, vagamente al proprio passato, si illuminano al ricordo dei propri familiari, della propria terra lontana.

Parlano, parlano.

Lo sguardo è spento.

Le mani tremano attraversate da un sussulto residuo di vita.

Risulta persa ogni direttiva ed ogni energia nel proprio agire, i movimenti sono disciplinati.

Il loro tempo risulta sequestrato, le loro necessità sono gestite dagli altri.

Le loro attività sono programmate in anticipo con una monotonia ossessiva che finisce per reprimere ogni moto di fantasia e di creatività.

Riti vuoti.

Recite a soggetto.

Basta guardarli nell’ora d’aria, nel cortile di passeggio.

Tutti uguali.

Vanno su e giù come automi.

Uomini spenti nella loro volontà, nella loro autonomia, nei loro desideri più semplici.

Uomini come bestie.

Il carcere, infatti, sospende il privilegio della volontà.

E’ una chirurgia dell’anima che non lascia cicatrici visibili, ma opera in profondità.

Provengono quasi tutti dagli stessi strati sociali, quelli più poveri.

E sono i poveri che scontano sempre per intero la loro pena.

I ricchi quasi sempre trovano il modo ed il mezzo per restare in carcere il meno possibile.

Il risultato della segregazione, della routine istituzionale e della quotidiana assenza di spazio privato è lacerante.

Sei in gabbia diceva un giorno un detenuto – in una scatola di cemento.

Il tintinnio delle chiavi è il simbolo della tua schiavitù.

Le parole pesano, è come se corrispondessero ai gesti.

Una parola significa uno schiaffo, un’altra significa una carezza.

E’ un mondo chiuso dove si parla per frasi fatte.

Nessuno dice quello che pensa.

Vivere in cella diceva un altro detenuto è come vivere in un corridoio. Se uno cammina, l’altro sta disteso sulla branda. Si mangia gomito a gomito; si dorme come in un’astronave. Sei costretto a contendere i centimetri, gli spicchi di luce e di sole e, attraverso di essi la vita.

Quanti volti, quante storie, quali grandi bisogni.

Rispetto a 30 anni fa è anche profondamente mutata la tipologia della popolazione detenuta.

Al momento attuale dominano la scena i tossicodipendenti, gli extracomunitari, i disturbati mentali, una fetta di umanità ferita.

Prevalgono i poveri diavoli, i cosiddetti cani senza collare, tutti appartenenti agli strati sociali più deboli, allevati sui marciapiedi e nei sobborghi delle città.

Ciascuno di noi diventa testimone di brani di vita chiusi a chiave a contatto soltanto dell’eterno grigiore delle sbarre e del cemento.

Non si può immaginare cosa significhi finire e restare in carcere.

Del resto la libertà è come la salute: un bene troppo prezioso per l’uomo.

L’importanza della salute e della libertà viene percepita soltanto quando esse vengono perse.

Se mi volto indietro per un istante, una folla di ricordi mi assale.

Diventa difficile soffermarsi sul singolo individuo, sulla singola vicenda umana.

E’ tutta una marea di gente, uomini, donne e bambini che si muovono come burattini, privi di ogni attributo di coscienza di vita e alla ricerca di una scintilla di illusione, come vere ombre abitate.

Quando mi trovo davanti ad un detenuto non ho preclusioni di sorta, ma penso a lui come ad un uomo che si è venuto a trovare in una situazione sfavorevole, in una circostanza  avversa.

L’uomo non è, non può essere una bestia da domare, un bersaglio eventuale da colpire.

Il carcere non può più restare un’isola attorno alla quale  la città vive e cresce, ignara completamente di ciò che accade dietro le sbarre.

Il carcere è considerato, viene intravisto come un buco nero che risucchia e fa smarrire il senso della realtà, come il luogo del non ritorno, soprattutto perché l’identità e la personalità del recluso vengono fissate per sempre come immodificabili con riferimento al profilo giuridico e alla qualificazione del reato commesso, senza alcuna possibilità di deroga alle trasformazioni, ai mutamenti dell’animo.

Siamo ancora lontani da una coscienza civile diffusa della necessità

di affrontare il carcere, di pensarlo e di immaginarlo non come cimitero dei vivi, come discarica sociale, come fabbrica di handicap, come magazzini di uomini e di donne perduti per sempre, ma come luogo sociale dal quale far partire pratiche, processi di risocializzazione, sottraendo quanto più spazio possibile all’isolamento e all’afflizione per realizzare alternative socialmente utili alla reclusione.

La perdita della speranza in carcere è stimolo prepotente a cercare qualsiasi soluzione violenta, temeraria, illogica, a fondo cieco magari, ma volta a toglierli comunque da un immobilismo senza futuro.

L’uomo detenuto è una corda tesa, una corda sull’abisso, una pericolosa tensione, un pericoloso sforzo, un pericoloso guardare indietro, senza il conforto di una certezza nel domani.

Il detenuto deve riacquistare un rapporto di rispetto e di impegno innanzitutto verso se stesso e quindi verso il mondo intero.

In definitiva bisogna dare valore all’uomo, alla sua opera, alla sua capacità, alla sua fantasia.

Il carcere in definitiva è malattia e insieme malato esso stesso come un’istituzione radicalmente inadempiente alle finalità per cui si dice creato.

I detenuti sono dei residui di umanità che vivono al di fuori dei cicli della natura.

Non indossano più il pigiama a strisce, non portano sul camiciotto o sul berretto il numero di matricola, ma resta purtroppo la realtà di rappresentare un numero, talora un fascicolo.

I ritmi, le abitudini, i confini esistenziali.

Tutto viene modificato da una realtà lontana anni luce dai normali percorsi quotidiani.

Il carcere modifica tutto: il tuo essere, il tuo sorriso, i tuoi pensieri, il modo di camminare, di amare, di credere, di sperare, di sognare.

Serve un carcere umano e civile che all’uomo lasci magari la colpa della sua trasgressione, ma con essa la speranza di un cambiamento, rimuovendo lo stigma di una diversità non più riscattabile; che non si preoccupi tanto di migliorare i detenuti, quanto di rispettarli e si preoccupi, invece, di migliorare se stesso onde meritare rispetto.

Un carcere che faccia realmente parte della società, rispetto alla quale, cioè, non sussista la contraddizione altrimenti invincibile di un fine di reinserimento sociale assegnato ad uno strumento di emarginazione sociale.

Il miglioramento delle condizioni di vita all’interno attraverso la possibilità del lavoro penitenziario e attraverso il riconoscimento dell’affettività, l’implementazione delle attività di trattamento e della presenza  del territorio, la costituzione di una cultura inclusiva sono questioni dalle quali non è possibile prescindere nel modo più assoluto se vogliamo finalmente incominciare a parlare di dignità e di umanità nelle carceri.

Il carcere è un abisso di necessità.

La possibilità della rieducazione e del recupero si inserisce in spazi ristretti.

Le illusioni si sono mostrate fragili nell’urto con una realtà esterna sempre più ostile, con situazioni di devianza e di emarginazione che sembrano quasi l’inesorabile detrito di una società sempre più frammentaria, sempre meno solidale.

Si deve auspicare la necessità ormai improrogabile di una vasta, totale partecipazione della società ad un disegno comune, perché la maggior parte dei problemi di un carcere non si risolvono all’interno, bensì all’esterno.

Occorre superare la cultura del disimpegno, dell’utilitarismo, della chiusura egoistica.

Occorre sentire le carceri come un grande problema sociale.

L’intollerabile condizione di sovraffollamento in cui versa la maggior parte degli istituti penitenziari richiama severamente le responsabilità delle politiche governative in merito alla legge sulla droga ed in merito alla legge Bossi-Fini sul reato di clandestinità.

Si pone con forza il tema della decarcerizzazione e del differimento della pena in attività socialmente utili.

La professione del Medico Penitenziario, insieme scienza ed arte, ha la difficoltà, ma anche la straordinaria nobiltà di chi pone se stesso e tutte le proprie capacità al servizio di chi soffre e dunque è più debole per difendere i beni preziosi della salute e della vita.

C’è un ulteriore difficoltà: lavorare in luoghi consegnati al dolore, contrassegnati spesso da inquietudini, tensioni, odi, violenze e curare uomini e donne che alla sofferenza della malattia aggiungono quella, forse più acuta, della privazione della libertà personale.

La Regione Toscana si è resa interprete di questi bisogni e ha messo in cantiere un programma ambizioso.

La Medicina Penitenziaria continuerà ad essere veicolo di umanità e di civiltà in carcere.

La Medicina Penitenziaria si deve trasformare in Scienza come tutte le altre Scienze sperimentali sempre più capace non solo di osservare, ma anche di modificare le condizioni di vita del detenuto.

Il carcere è una sofferta realtà di uomini e di avvenimenti.

Il bisogno antico della speranza che ha radici nel cuore dell’uomo ne scandisce i pensieri, il profondo desiderio di non perdere anche la salute con il peso della sofferenza.

In tale contesto complesso e problematico chi è il Medico Penitenziario?

Mi vengono in mente le parole pronunciate a Pisa in occasione di un Congresso Internazionale di Medicina Penitenziaria dal Preside di Facoltà Francesco Squartini:

E’ il Medico degli ultimi,….. deve essere un grande uomo, deve essere un piccolo uomo, partecipe dei problemi di tutti, capace di immedesimarsi nei problemi dei detenuti…….. un uomo che porta avanti la sua opera con pochi mezzi, con grande virtù, con grande  umanità, sempre e comunque a tutela della salute del detenuto. –

Concludo con un fervido augurio a tutti i Medici Penitenziari: che possiate sempre trovare nello svolgimento della vostra professione, occasioni e stimoli per meglio operare.

Ho forse dato tanto al carcere e ai detenuti, ma ho l’onestà di ammettere che dal carcere e dai detenuti ho ricevuto tanto, forse tutto, come uomo e come medico. 

Riflessioni di Francesco Ceraudo nel momento in cui per limiti di età (dopo circa 40 anni) lascia l’incarico di Medico Penitenziario.