P. Paggiaro Ordinario Malattie Respiratorie Università di Pisa

 

Ormai è ben noto che le malattie respiratorie croniche sono in continuo aumento negli ultimi anni.

Le osservazioni più recenti relative alle cause di mortalità nei paesi occidentali mostrano che la Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO: un misto di bronchite cronica ed enfisema), le polmoniti (specie nei soggetti anziani e con altre malattie croniche) e il tumore del polmonare rappresentano rispettivamente la 3a, 4a e 5a causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari (Lopez et al, Lancet 2006). Le cause di tale incremento di patologia sono attribuibili alla minore mortalità per molte altre patologie comprese quelle cardiovascolari, e alla persistenza/incremento dei più importanti fattori di rischio per le malattie respiratorie (fumo ed inquinamento ambientale). Nell’elenco delle malattie respiratorie più frequenti cè anche la tubercolosi, che, lungi dall’essere una malattia debellata, continua ad essere presente, in maniera sostanzialmente stabile negli ultimi 10 anni, sia nei migranti che nei locali specie se anziani e con varie comorbilità.

Di fronte a questa “epidemia”, è necessario sviluppare tutte le possibili strategie per riconoscere e trattare tempestivamente ed efficacemente le malattie respiratorie più frequenti.

Asma e BPCO

Queste sono le malattie respiratorie più frequenti, interessando sia i bambini e i giovani (specie l’asma) che gli anziani (specie la BPCO). Oggi abbiamo a disposizione farmaci sempre più efficaci e sicuri che permettono, con un uso regolare, di migliorare i sintomi legati a queste malattie, anche se nessun farmaco al momento attuale è capace di determinare la “guarigione” dell’asma e della BPCO. Oltre a nuovi broncodilatatori e cortisonici per via inalatoria che sono efficaci in un’unica somministrazione giornaliera (e quindi più facili da usare), arriveranno tra breve nuove categorie di farmaci la cui efficacia si aggiunge a quella dei farmaci già a disposizione.

Ma la maggiore novità in questo campo stà nell’arrivo tra alcuni anni, anche nel campo delle malattie respiratorie, dei cosiddetti “farmaci biologici”, già da tempo usati in varie altre malattie come quelle ematologiche o reumatologiche. Si tratta di nuovi farmaci, attualmente in corso di sperimentazione, che sono efficaci in sottogruppi particolari di soggetti, identificabili con opportune indagini: in questi soggetti questi farmaci sono particolarmente attivii, compensando quindi con questa elevata efficacia in pazienti ben selezionati il loro alto costo per il SSN. Quindi, nel prossimo futuro, avremo la possibilità di “personalizzare” la cura fornendo la medicina più appropriata ad ogni singolo paziente.

Polmoniti

Queste rappresentano ancora una importante causa di morbilità e mortalità,  sia per la maggiore virulenza dei germi che diventano sempre più resistenti agli antibiotici che abbiamo a disposizione (specie i germi che vivono negli ambienti ospedalieri), sia per l’invecchiamento della popolazione che diventa quindi più “fragile” e suscettibile. Nel paziente anziano e con varie altre malattie, una infezione respiratoria può rappresentare veramente una seria complicazione.

In questo settore, purtroppo, la ricerca non prevede l’arrivo di nuove categorie di farmaci, mentre l’uso talora indiscriminato degli antibiotici più comuni ha reso molti germi ormai resistenti a queste categorie di farmaci. E’ necessario quindi che l’impiego degli antibiotici sia fatto con maggiore attenzione e quando è veramente necessario.

Tumore del polmone

Questo rappresenta il primo tumore nell’uomo, ed anche nelle donne la sua frequenza va aumentando. Le possibilità di cura per questa malattia sono molto scarse, come ben noto, dato che quasi l’80% dei tumori viene scoperto quando è ormai inoperabile, e calcolando che la sopravvivenza a 5 anni anche dei tumori operabili è ben lontana dall’essere elevata.

In questo campo è importante quindi rinforzare le misure di prevenzione primaria (la lotta al fumo e all’inquinamento ambientale, specie negli ambienti interni) e secondaria (la diagnosi precoce). Gli strumenti radiologici attuali (la TAC ad alta definizione e a bassa dose) sono capaci di diagnosticare il tumore del polmone in fase più precoce rispetto agli strumenti tradizionali, ma purtroppo la chiara dimostrazione che queste procedure, se applicate su screening di massa in soggetti a rischio (come i fumatori ultra-50enni), permettano di ridurre la mortalità per questa patologia, è ancora in discussione. Mentre uno studio Nord-Americano avrebbe confermato la capacità dello screening del polmone di ridurre la mortalità per tumore del polmone (quando tale intervento viene effettuato da strutture ad alta specializzazione ed organizzazione), i risultati degli studi europei sono ancora non definitivi, e non permettono quindi distendere questa procedura alla normale routine clinica.

Rimane quindi cruciale la lotta contro il fumo, specie tra le giovani generazioni.

Tubercolosi

Da quando negli anni ‘70 la tubercolosi polmonare è stata dichiara “ormai debellata”, in realtà oggi questa malattia è ancora ben presente e stabile nei paesi occidentali, sia per la riattivazione dell’infezione negli anziani o nei soggetti con altre malattie che riducono le difese immunitarie, sia per la diffusione della malattia tra i migranti provenienti da zone dell’Africa o dell’Europa dell’Est dove la tubercolosi è più frequente e talora di difficile trattamento.

I dati a disposizione dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana (AOUP) mostrano che quasi 100 soggetti all’anno negli ultimi 10 anni sono stati diagnosticati come affetti da tubercolosi nell’AOUP (in gran parte dalla U.O. di Malattie Infettive, e in misura minore dalle UU.OO. pneumologiche). Di questi casi, il rapporto tra migranti e locali è progressivamente aumentato in questi 10 anni, con un  maggior numero di casi nei migranti giovani e un minor numero di casi nei locali anziani. Ma l’aspetto più preoccupante è che, dei casi diagnosticati in cui viene impostata una terapia, quasi il 50% di questi soggetti viene perso ai controlli successivi dopo il secondo mese di trattamento. Poiché è noto che la terapia farmacologica dei casi con “malattia attiva” dovrebbe essere continuata per almeno 6 mesi, questa elevata perdita dei pazienti ai controlli ambulatoriali successivi rende molto problematico il trattamento di questi pazienti e la verifica della reale guarigione.