A. Piccinni – A. Veltri – C. Vizzaccaro Psichiatria Universitaria I U.O. A.O.U.P.

Un recente focus della ricerca neuroscientifica è rappresentato dallo studio dell’impairment cognitivo nei disturbi dell’umore.

Il dibattito si concentra prevalentemente sulla comprensione dell’eziopatogenesi dei deficit cognitivi, non essendo chiaro se essi dipendano da un’alterazione del neurosviluppo, come accade nella schizofrenia, o se siano il risultato di un processo neurodegenerativo intrinseco ai disturbi affettivi. Una review di Goodwin e coll. (2008) ha analizzato la Letteratura in proposito evidenziando come sia difficile ipotizzare un’alterazione del neurosviluppo nel disturbo bipolare. A differenza di quanto accade nella schizofrenia i bambini che successivamente svilupperanno il disturbo bipolare mostrano performances cognitive superiori rispetto ai controlli, inoltre molti studi non hanno riscontrato deficit cognitivi significativi nei familiari di primo grado di pazienti bipolari. Tali evidenze sono incompatibili con l’ipotesi di un’alterazione del neurosviluppo e, d’altra parte, studi clinici e di neuroimaging suggeriscono l’esistenza di fenomeni neurodegenerativi nei pazienti con disturbi dell’umore.

Alcune regioni cerebrali come il verme cerebellare, i ventricoli laterali e la corteccia prefrontale inferiore sembrano degenerare con il ripetersi degli episodi affettivi in pazienti bipolari (Strakowski e coll., 2005). Un follow-up di 4 anni su pazienti bipolari e controlli appaiati per età ha mostrato una progressiva compromissione della funzione mnestica nei pazienti bipolari, associata alla riduzione di volume della corteccia temporale mediale e correlata alla gravità di decorso del disturbo (Moorhead e coll., 2007).

In pazienti bipolari è stata evidenziata un’associazione tra la gravità del decorso del disturbo e l’entità della compromissione di aree cognitive quali attenzione, memoria e funzioni esecutive (Robinson e coll., 2006; Torres e coll., 2007). In un recente lavoro Gualtieri e Johnson (2008) hanno confrontato pazienti affetti da disturbi dell’umore e controlli sani appaiati per età riscontrando, soprattutto nella fascia d’età 65-85 anni, una significativa accelerazione del declino cognitivo e un incremento del rischio di demenza nei pazienti con disturbi dell’umore, ipotizzando l’esistenza di eventi fisiopatologici condivisi dalla patologia affettiva e da quella neurodegenerativa. Numerosi studi hanno dimostrato che la depressione costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo di Malattia di Alzheimer (AD) e che il rischio è ancora più alto nelle forme depressive early-onset (Geerlings e coll., 2008). Il rischio di demenza, inoltre, aumenta in relazione al numero di episodi sia nei disturbi depressivi che bipolari (Kessing e coll., 2004).

Nell’insieme questi dati hanno indotto la ricerca neuroscientifica a prendere in esame  la possibile relazione tra disturbi affettivi e disregolazione del sistema della proteina β-amiloide (Aβ), costituente principale delle placche senili extracellulari presenti nella AD e ampiamente implicata nei processi neurodegenerativi. La proteina Aβ appare in grado di inibire la trasmissione sinaptica, in particolare serotoninergica e noradrenergica, e la plasticità neuronale mostrando un netto antagonismo funzionale al BDNF. Studi preclinici hanno dimostrato un’azione depressogena della Aβ sull’animale mentre, da recenti studi sull’uomo, è emersa una relazione tra depressione e variazioni dei livelli periferici dei peptidi Aβ suggerendo l’esistenza di un danno neuronale Aβ-mediato che, a sua volta, potrebbe contribuire all’aumentato rischio di deterioramento cognitivo nei pazienti affetti da disturbi dell’umore.

In particolare tre studi condotti su pazienti geriatrici (Qiu e coll., 2007; Sun e coll., 2007, 2008) hanno rilevato un profilo plasmatico dei peptidi  Aβ analogo a quello rilevato in pazienti con AD in fase conclamata e con Mild Cognitive Impairment (MCI). Questi pazienti hanno mostrato, nel confronto con i controlli sani, la riduzione dei livelli di Aβ42, l’aumento dei livelli di Aβ40 e del rapporto Aβ40/Aβ42. La depressione in età senile, in presenza di alterazioni del sistema della Aβ, è stata pertanto interpretata da questi Autori come una manifestazione prodromica della AD. Tuttavia uno studio di Kita e coll. (2009) ha replicato questi riscontri anche in pazienti depressi di giovane età. Considerando gli effetti negativi del ripetersi degli episodi dell’umore sull’outcome cognitivo a lungo termine, ulteriori ricerche sono necessarie per comprendere se l’elevata ricorrenza di malattia abbia un potenziale neurodegenerativo in cui sia coinvolta una prolungata neurotossicità  Aβ-mediata oppure, in generale, se esista un sottogruppo di pazienti con disturbo dell’umore “amiloide-associato” (come già ipotizzato da Sun e coll. nel 2008) in grado di conferire una elevata gravità della sintomatologia depressiva e della compromissione cognitiva, nonché un alto rischio di declino cognitivo e demenza. Emerge, comunque, la necessità di integrare nel follow-up dei pazienti con disturbi dell’umore un’accurata valutazione di tipo neuropsicologico al fine di identificare precocemente i deficit cognitivi e di avviare percorsi terapeutici adeguati sia sul piano riabilitativo che farmacologico, eventualmente con trattamenti in grado di potenziare la neurotrasmissione dopaminergica e modulare quella glutamatergica.