A. Zampieri

Libero Docente in Semeiotica Medica – Specialista in Storia della Medicina

Nacque a Forlì, allora facente parte dello stato pontificio,  il 25 febbraio 1682; poco si sa della sua infanzia, se non che era di salute delicata e rimase presto orfano del padre. A 14 anni iniziò gli studi nella sua città, ove si distinse per il precoce ingegno e la sua grande attitudine ad imparare. Nel 1698 si iscrisse all’università di Bologna a medicina e filosofia, seguendo con particolare entusiasmo le lezioni di anatomia del Valsalva. Laureatosi nel 1701, continuò a seguire le lezioni del maestro, di cui fu prima discepolo e poi fedele collaboratore ed assistente, acquisendo con questa pratica una grande esperienza nelle dissezioni.

Ritratto di G. Morgagni

Fece parte dell’Accademia degli Inquieti, ove lesse in varie occasioni i suoi primi saggi, destando la più viva ammirazione; per i suoi riconosciuti meriti, venne nominato nel 1705 lettore nel Teatro anatomico di Bologna. Nel 1707 si recò a Venezia, ove rimase per circa trenta mesi, al fine di coltivare ed approfondire i suoi studi prediletti, seguendo le lezioni del Santorini. Nel 1709 tornò a Forlì, iniziando ad esercitare la professione medica ma per breve tempo, in quanto nel 1712 fu chiamato dalla Repubblica Veneta, anche per interessamento del Lancisi che molto lo stimava, all’università di Padova per occupare la cattedra di medicina teorica; quindi, nel 1715, passò a quella di anatomia, che tenne per oltre 55 anni, fino alla morte, con tanto prestigio e plauso universale, sì che il suo stipendio iniziale di 500 fiorini arrivò alla fine alla notevole somma di 2.200 ducati. Le sue lezioni, che preparava senza risparmio di fatica, erano sempre seguite dagli studenti con il più vivo interesse ed entusiasmo.

Grande la sua fama, come anatomico e studioso ed il suo nome era noto e caro a chiunque amava la scienza; fu ricercato dai principali personaggi del tempo, nonché da regnanti e dai vari papi; fu molto amato dai parenti, dai discepoli e dagli amici, festeggiato nella società, onorato da tutti; tante le onorificenze che ebbe nella sua lunga vita, come quella di preside dello Studio di Padova nel 1718; fu fatto socio delle principali Accademie  d’Europa.

Passò quasi tutta la sua vita a Padova, dedito interamente all’insegnamento, salvo i riposi estivi in cui si recava speso a Forlì o a Bologna. Nel 1712 ottenne la nobiltà romana e nel 1719 anche quella di Forlì; si sposò nel 1712 a da questo matrimonio nacque una numerosa prole: ben 15 figli, dei quali tre maschi, uno morto in tenera età, uno che si fece gesuita e l’ultimo morto lasciando due figlie, che il nonno poi dotò ed accasò. Delle 12 figlie, quattro morirono infanti, le altre otto divennero monache, per cui non ci fu discendenza maschile dopo la prima generazione.

Colpito da malore improvviso, morì a quasi 90 anni, il 5 dicembre 1771, nella sua casa nella contrada di San Massimo e fu sepolto nella vicina omonima chiesetta, sotto una modesta pietra tombale.

Ricordiamo ora le sue opere. La prima, dopo essere stata da lui letta nell’Accademia degli Inquieti, fu da lui pubblicata a Bologna nel 1706, dal titolo Adversaria anatomica prima, suscitando subito una grande ammirazione in tutti gli studiosi per le tante scoperte ed osservazioni presentate, frutto delle tante dissezioni con tanto scrupolo praticate; a questa, fecero poi in breve tempo seguito le successive, fino alla sesta, arricchite anche da alcune tavole incise, poi tutte riunite nell’Adversaria anatomica omnia, stampata nel 1719, saggi che furono giudicati dagli studiosi come la più grande opera di anatomia comparsa in quel secolo.

G. Morgagni, Adversaria anatomica omnia, Venetiis, 1762

In queste ritroviamo esposte accuratamente e dottamente, le tantissime scoperte da lui fatte nel corso dei suoi studi, rilevando quanto alla osservazione degli altri era sfuggito, come le ghiandole della tiroide, il forame alla base della lingua, i muscoli io- e sterno-tiroidei,  importanti particolarità della laringe, le ghiandole lacrimali, quelle uretrali, descrisse le pieghe della mucosa rettale, la circolazione nel feto, alcuni reperti relativi all’anatomia del fegato, gli organi genitali, la struttura interna del cuore, solo per citare alcuni esempi.

Accanto all’ammirazione praticamente di tutti gli studiosi del tempo, unica voce discorde venne da Torino, da parte del medico Giovanni Battista Bianchi, che lo criticò ed attaccò; di qui ne seguì una lunga erudita, incalzante ed implacabile polemica del Morgagni verso di lui, che durò per molto tempo, in cui rimarcò, con dottrina e serenità di giudizio, gli errori commessi dal suo detrattore.

Successivamente fecero seguito nel 1728 le due Epistole anatomiche, poi ampliate nel 1740, in cui ritroviamo descrizioni magistrali dell’angina pectoris, sulla degenerazione del miocardio, sulla tubercolosi polmonare, sull’apoplessia e quindi, nel 1761, il suo lavoro più famoso, che lo rese immortale, frutto di decenni di attenti e prolungati studi ed osservazioni, prezioso tesoro della sua lunga esperienza nel campo dell’anatomia patologica, dal titolo De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis, che fu accolto ovunque con grandissimi elogi ed ebbe poi varie edizioni.

G. Morgagni, De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis, Venetiis, 1761

L’opera, sotto forma di 70 lettere ad amici in cui illustra dei casi clinici descrivendone i sintomi per poi rapportarli con i reperti autoptici, è divisa in cinque sezioni o libri, ciascuno  dedicato ad una Accademia estera di cui era socio, che trattano rispettivamente delle malattie della testa, del torace, dell’addome, dei morbi pertinenti alla chirurgia e all’organismo intero, più una quinta, con le addizioni e supplementi a quanto già esposto ed in particolare con note ginecologiche, sulle febbri, i tumori e varie specie di ferite. Veramente grande e stupefacente il numero dei casi osservati e descritti in modo originale e con grandissima erudizione, come quelli sull’arteriosclerosi delle arterie coronarie e cerebrali, sui vizi valvolari e l’ipertrofia del cuore nella stenosi mitrale, le malattie croniche del fegato e l’ittero, sulla tubercolosi polmonare, le malattie dello stomaco, l’iperostosi endocranica, il diabete, l’obesità, i difetti visivi, l’apoplessia, varie forme di tumori.

Con Morgagni l’anatomia patologica, fino allora trascurata e quasi non esistita, assunse la più alta dignità; egli indicò un nuovo modo di studio, con l’importanza di collegare sempre, con ragionamento preciso, i fenomeni clinici osservati nel malato, con i reperti autoptici quando il caso si concludeva con il decesso del paziente, e questo doveva essere fatto da un clinico esperto, che conosca bene l’anatomia, e sappia osservare attentamente le alterazioni presenti nei vari organi.

G. Morgagni, Opera omnia, Venetiis, 1764

Fu anche storico, archeologo, filologo, coltivando sempre gli interessi letterari con la sua solita erudizione e precisione. Ricordiamo a questo proposito, raccolti poi negli Opuscula miscellanea, le epistole da lui scritte su A. Cornelio Celso e Q. Sereno Samonico, le due lettere sulla morte di Cleopatra, le Epistole emiliane, che trattano delle antichità di Forlì e della regione romagnola, e le biografie del suo maestro, il Valsalva, e del Guglielmini.

Nella Biblioteca Laurenziana di Firenze è conservata la sua Opera postuma, contenente fra l’altro, oltre 200 lezioni da lui tenute a Padova negli anni 1711-14, un trattato di medicina teorica, quattro autobiografie, nonché la prima stesura delle sue principali opere, manoscritti poi pubblicati  in tempi recenti negli anni 1964-69.

Fu anche medico di grande sapienza e dalla mente universale, nemico dei sistemi e sollecito solo all’autorità dell’osservazione e dell’esperienza. Nella sua lunga vita ed intensa carriera professionale, scrisse anche un gran numero di consulti, in parte editi nel 1713 ma poi rimasti per lo più manoscritti e dal Morgagni, alla fine della sua vita, raccolti in 14 volumi e consegnati al suo allievo prediletto Michele Girardi, professore all’università di Parma; tutti questi sono poi rimasti per la massima parte inediti, conservati nella Biblioteca Palatina di Parma fino al 1935 quando, a cura di Enrico Benassi, ne furono scelti ed editi cento, fonte preziosa per conoscere l’arte medica del Settecento. Scritti per lo più in un buono italiano, riguardanti in gran parte malati del Veneto e dell’Emilia, ma anche di tante altre parti d’Italia ed estero, come Vienna, la Polonia, la Baviera. Svariatissimi gli argomenti trattati, di neurologia, oculistica, ortopedia, urologia, ostetricia; alcuni si riferiscono a pazienti che il Morgagni aveva personalmente visitato, molti altri sono stesi sugli elementi forniti dalle succinte relazioni mediche che aveva ricevuto. Scritti in forma semplice, prudente nella trattazione clinica, pieni di buon senso pratico, con brevi disquisizioni patologiche, è sempre cauto nell’adottare in terapia rimedi nuovi o molto attivi, consigliando invece nella condotta terapeutica da seguire cure e farmaci semplici, a dosi non elevate, tratti per lo più dal mondo vegetale, oltre che al ricorso alla carne di vipera, in cui riponeva una immensa fiducia.

C. Versari, Intorno a Giambattista Morgagni, Bologna, 1869

Morgagni fu una grande e nobile figura di scienziato, un geniale innovatore ed acuto osservatore che indicò la giusta via da seguire negli studi anatomo-patologici, propugnatore di un rigoroso metodo scientifico consistente anzitutto nell’osservazione diretta delle lesioni, correlandole poi attentamente alle malattie che le hanno causate. Meccanicista, il corpo umano era per lui come una macchina organica, composta da tante parti e se qualcosa si alterava, ne derivava una malattia, che si doveva affrontare e riparare.

La medicina in Italia ebbe in lui, in questo secolo, il suo più illustre rappresentante, non solo nel campo anatomico, quanto in quello generale dello sviluppo del pensiero medico.