G.U. Berti Direttore Editoriale

Mezzo secolo di ricerca hanno portato a novità impensabili anche nello specifico campo della neurologia. Per i prossimi cinquant’anni, fra i vari settori quello che impegnerà di più sarà l’invecchiamento. Ma tanti sono gli aspetti ed i problemi. E’ un’intervista a tutto campo che il prof. Luigi Murri, lasciando il proprio impegno didattico cominciato all’inizio degli anni ‘60, traccia per Pisamedica. Ricerca, università, neurologia territoriale (si occuperà per la Regione Toscana d’ora in avanti, proprio di quest’ultimo aspetto) sono i cardini in cui si giocherà il futuro di tanti giovani e la salute dell’umanità.

Ha trascorso mezzo secolo nel settore della ricerca scientifica sul sistema nervoso. Allora, si sarebbe aspettato di poter raggiungere le attuali conoscenze?

Assolutamente no. Non era prevedibile ad esempio l’esplosione delle tecniche di immagini, che hanno facilitato enormemente la diagnosi di numerose malattie neurologiche. Vi è stato lo sviluppo importante della biologia molecolare, della neurogenetica, che hanno permesso una valutazione precoce del danno migliorando nettamente la prognosi.

Cosa ci dobbiamo attendere per i prossimi cinquant’anni? Quali settori sono più avanzati?

E’ un periodo estremamente ampio per l’evoluzione della scienza. E’ già difficile prevedere ciò che succederà per il prossimo decennio in quanto la scienza non ha solo una evoluzione progressiva, ma si sviluppa a gradini in rapporto alle nuove scoperte che modificano la visione precedente. La nascita di uno Steve Jobs nell’ambito delle neuroscienze modificherà certamente, almeno sul piano tecnologico le nostre capacità diagnostiche. Certo che con il miglioramento diagnostico e il progressivo incremento della durata di vita vi sarà un progressivo aumento delle patologie legate all’invecchiamento, periodo in cui prevalgono le malattie neurologiche; è facile pertanto prevedere che l’interessamento delle neuroscienze sarà verso questo versante.

Riusciremo mai ad effettuare il trapianto di cervello, come sembrava anche ipotizzabile qualche tempo fa?

Non  mi sembra che vi sia un avanzamento delle conoscenze che permettono la rigenerazione delle fibre nervose in modo da connettere encefalo con midollo spinale. Comunque, a parte le considerazioni etiche, non si dovrebbe parlare del trapianto del cervello, come per altri organi, ma di trapianto di un corpo perché verrebbe trapiantata una persona intesa come un insieme di capacità cognitive ed affettive proprie del cosiddetto donatore.

Che messaggio possono dare i medici di base nella prevenzione delle malattie neurologiche?

Il ruolo del Medico di Medicina Generale è anche fondamentale nell’ambito della prevenzione, che è rappresentato un elemento importante  per il miglioramento della salute e conseguente allungamento della durata di vita.  Il problema in Neurologia riguarda il fatto che per alcune patologie si conoscono abbastanza i fattori di rischio come nelle patologie vascolari, ma per molte malattie neurodegenerative non si hanno chiare indicazioni.

Il ruolo dell’impiego di cellule staminali è in forte discussione critica. Siamo ancora al palo rispetto ad altri settori (ad esempio le applicazioni pratiche della rigenerazione del tessuto osseo)?

L’utilizzo delle cellule staminali è sempre un obiettivo prioritario nell’ambito della medicina rigenerativa. Forse è nociuto inizialmente l’ampio interesse che ha stimolato nella popolazione portando a semplificare i notevoli problemi tecnici che vi sono dietro. E così è passata l’informazione che sia sufficiente introdurre alcune cellule staminali per riparare un organo o formarne uno nuovo; a ciò si sono aggiunti i problemi di tipo etico-politico-religioso che hanno interferito sul lavoro scientifico.

L’Assessorato alla Salute delle Regione Toscana si mostrò sensibile alle possibili applicazioni cliniche per cui destinò un fondo rilevante alle tre sedi universitarie per la formazione di laboratori e ricercatori. Allora ero Preside e si riuscì a far avere alla nostra Facoltà la somma di 10 miliardi di lire, che però sfortunatamente non ha portato, almeno finora, alla costruzione di specifici laboratori ma si è in gran parte polverizzata in borse di studio.

Suggerirebbe ad un giovane laureato in medicina di dedicarsi alla ricerca in Italia? E’ motivata la paura d’un difficile reinserimento dopo una parentesi all’estero?

Sì, se vi è il piacere di dedicarsi in un campo ricco di esperienze e soddisfazioni personali anche se povero in visibilità e in ricaduta economica, almeno a breve termine. La formazione in ambulatori esteri avanzati è doverosa per la formazione di un giovane, non solo nel campo scientifico ma nella apertura mentale a differenti metodi di lavoro e alla costruzione di  una serie di rapporti personale nella rete scientifica internazionale. In genere il ritorno nel proprio gruppo dopo pochi anni di esperienza pone particolari difficoltà ed anzi l’esperienza acquisita è un buon biglietto di presentazione per la futura carriera. Difficile è invece tornare in Italia dopo lungo periodo e trovare una collocazione idonea alle proprie capacità anche per il livello economico italiano che certamente è più basso di altri paesi. Questo è un vecchio limite della nostra comunità scientifica ed anche la recente riforma universitaria non apre nuovi particolari orizzonti.

Rispetto agli inizi della sua carriera, quanto può essere cambiato percentualmente il valore curativo dei farmaci nelle malattie neurologiche?

Certamente è migliorata la neurofarmacologia clinica per cui il medico ha numerosi farmaci a disposizione anche se nessuno ha eliminato la vera causa ad esempio l’epilessia, malattia di Parkinson ecc. Mentre per altre patologie molto frequenti non si sono raggiunti particolari traguardi, come nella demenza di Alzheimer o nel danno vascolare cerebrale. In questo ultimo campo l’utilizzo precoce della fibrinolisi ha certamente rappresentato un interessante passo avanti ma è necessario ancora un miglioramento organizzativo ed un maggior affidamento farmacologico.

Gli esami d’ammissione alla facoltà di Medicina oggi privilegiano il livello d’intelligenza del candidato. Non ci sono alternative? Ad esempio un anno propedeutico, specificatamente selettivo? Ovvero una nuova manualità chirurgica, una propensione clinica particolarmente efficace, chi o cosa potrebbe intravvederle nel giovane studente?

Il problema degli esami di ammissione a Medicina è un problema dibattuto da tempo in tutti i Paesi perché non si è trovato ancora il metodo per predire se quel determinato studente diventerà un buon medico, espressione di competenze scientifiche ma anche di capacità umane nel rapporto medico paziente. Il metodo attualmente utilizzato in Italia segue il modello già in uso da tempo negli USA, che permette di escludere gli studenti meno preparati. Ma contemporaneamente, essendo il numero limitato,  possono  essere esclusi anche studenti capaci per erronea risposta ad una o poco domande. Comunque questi test non permettono di esplorare le capacità umane e la “passione” per questo lavoro”. In alcuni Paesi è stato proposto associare ai test un colloquio con i docenti; in altri non vi è selezione nel primo anno in cui vengono insegnate le scienze di base e la selezione avviene dal secondo anno in rapporto alle votazioni conseguite. In altri ancora si tiene conto anche del punteggio conseguito al termine dell’iter scolastico come in passato avveniva in Italia. Questo metodo, a mio avviso importante, fu poi escluso sulla considerazione che le votazioni ottenute al termine dell’iter scolastico erano differenti fra Nord e Sud Italia. E’ ben evidente pertanto che vanno trovati nuovi modelli e ci si ritrova dopo più di 2000 anni a porsi la stessa domanda di Platone e cioè come si forma un buon medico.

Se oggi fosse un esaminando, crede riuscirebbe a superare i test d’ammissione alla Facoltà?

Certamente no,  perchè le domande di Fisica e Chimica, ecc, fanno parte di un patrimonio di nozioni apprese durante il liceo e ormai in gran parte dimenticate mentre per i quesiti di cultura generale avrei certamente un vantaggio. Ma a parte queste considerazioni non so se li avrei superati e in questo caso  avrei studiato Ingegneria come era una mia prima aspirazione ma venendo da una famiglia di medici indubbiamente vi fu una pressione familiare.

Passando dalla didattica clinica alla neurologia territoriale, pensa d’andare incontro a grosse differenze d’impostazione professionale?

La didattica nell’Università è conseguenza della ricerca e delle sue ricadute pratiche nell’assistenza. Non vedo differenze allorché ci si interessa della patologia neurologica nel territorio anche se vi è certamente una abitudine del clinico universitario a studiare le malattie in fase acuta avendo minor interesse all’integrazione ospedale territorio. Ma è necessario modificare la formazione anche in questo campo in modo da conoscere  in modo più approfondito la progressione delle malattie croniche cercando contemporaneamente di ridurre al massimo nuovi ricoveri in ospedale. E’ necessario quindi un lavoro particolare di collaborazione fra  le varie figure professionali sanitarie con cui la componente centrale del medico deve trovare un equilibrio anche per migliorare il rapporto con le famiglie del malato che necessitano di una serie di indirizzi per favorire l’assistenza a domicilio.