G.U. Berti Direttore Editoriale

“Professore, lei certo non si ricorderà di me, ma ero bimbetto quando mi visitò per la prima volta. Oggi le porto il mio nipotino.

E’una visita di controllo. E’ nato qualche giorno fa, ma come mia madre mi accompagnò da lei più di sessant’anni or sono, vorrei che mi desse un parere. Gliel’ho portato io stesso, anche perché volevo rivederla. Mi creda, sono commosso”.

A raccontarlo, fra i tanti episodi che s’affollano nella memoria durante l’intervista, è Luigi Pardelli, sulla piazza pisana dal 1948. Un percorso ancor’oggi quotidiano che lo ha messo a contatto con almeno quattro generazioni di bambini e loro familiari.

“Nella cornice di un’Italia che stentava a riprendersi dalla miseria della guerra, esercitare la pediatria – come del resto l’intera professione medica  – non era certo facile. Mancava tutto o quasi, c’era unicamente la voglia di rinascere ed al più presto, lasciandoci alle spalle le brutture di un passato da dimenticare in fretta. Forse, per me e per tanti, è stata la molla che ci ha portato a stringere i denti, a lottare senza abbatterci mai”.

“Mi resi comunque subito conto di come avessi scelto d’inserirmi in un mondo del tutto a sé stante, perchè il pediatra è un dottore particolare, è il medico dei bambini e, nella pur indispensabile formazione universitaria, ancor più importante è acquisire soprattutto la mentalità. Entrare cioè in sintonia con i familiari che lo accudiscono ed  il paziente, incapace ad esprimersi con obiettività, ma con il diritto a ricevere il trattamento migliore”. “Una massima – aggiunge – cui ho cercato sempre d’attenermi, tramandandola nella mia esperienza didattica verso gli studenti che ho avuto il piacere di contribuire a formare, come medici ed al contempo come persone di responsabilità”

“Ad ogni epoca, in ogni caso, la propria medicina. Ed il progresso per noi riguardava il modo d’affrontare le situazioni d’un tempo, mai però del tutto scomparse, con i mezzi d’allora. Parlo, in particolare, della tbc e le sue complicanze come la meningite tubercolare. Una patologia di grosso impatto nei confronti del bagaglio culturale anche per il pediatra. Era, in sostanza, una clinica certo più invasiva e traumatica, sia per il malato che per lo specialista. Ipotizzare ora iniezioni sottoccipitali di streptomicina, può senz’altro evocare una reazione di timore, quasi d’invasività  terapeutica, ma le disponibilità erano quelle e bisognava adeguarsi. Occorreva cioè disporre anche d’una maggiore manualità, perché le competenze del pediatra – in assenza d’una tecnologia d’avanguardia come quella moderna – erano più ampie e le metodiche sicuramente meno sofisticate.”

“Era un impegno a tempo piano, senza feste o turni di riposo, un susseguirsi continuo di attività in corsia, visite a casa, ambulatori pieni di gente anche preoccupata per quel poco di cui si disponeva all’epoca in fatto di diagnostica e soprattutto di disponibilità terapeutiche. Un’immersione totale in una materia che, al tempo stesso, affascinava, affascinava e ci rendeva praticamente schiavi di un ritmo incalzante. Eppure, in quelle dimensioni contestuali, umane e professionali, si dimostrava un tirocinio di prim’ordine a cui mai ci saremmo potuti e voluti sottrarre”.

“Ma c’era talvolta un momento delicato, nel rapporto con l’intera famiglia, destinato a rimanere indelebile nella mente – spiega – quando cioè al giovane pediatra veniva richiesto, con garbo ed altrettanta fermezza, un consulto domiciliare con il professore a confermare l’operato sin lì svolto. “Non certo per mancanza di fiducia, si giustificavano i genitori ed i parenti, solo per avere una maggiore sicurezza, di quanto lei ha fatto fin’ora, dottore. Ha sempre il nostro apprezzamento e la nostra stima, però…”.

“Ripensandoci adesso, a mente fredda, si trattava di correre un rischio calcolato, una specie d’iniziazione alla nostra esperienza di principianti. Da un lato il timore d’un parere contrario, che avrebbe suonato quasi come un errore od un fallimento delle proprie capacità. Dall’altro, l’opportunità d’una verifica personale che, in caso positivo, avrebbe sicuramente contribuito ad alimentare la fiducia in sé stessi ed una spinta a proseguire nella missione che stavamo cominciando, con indubbio entusiasmo, senza tralasciare lo sguardo d’approvazione e compiacimento da parte del docente al termine della visita”. “La miglior gratificazione era infine quella di ascoltare, tendendo l’orecchio comprensibilmente un po’ ansiosi, il commento sottovoce del professore congedandosi dalla famiglia: “State pure tranquilli. Siete davvero in buone mani. Quel medico è uno dei miei allievi più bravi”.

“Sì, in una disamina di oltre mezzo secolo, non si può disconoscere come le cose anche in questo settore siano inevitabilmente cambiate – conclude – e non poteva essere altrimenti. La società ed assieme la scienza mutano di continuo e sessant’anni rappresentano un parametro di paragone veramente a grosso spessore. Le scoperte mediche, farmaci e mezzi diagnostici, la struttura dell’insegnamento universitario, la sanità pubblica e privata delineano un percorso ben diverso su cui si muove lo specialista di oggi. Ma non può invece cambiare lo spirito con cui il medico, chiunque esso sia, debba approciarsi al malato ed alla malattia: con umiltà e rispetto, perché bisogna sempre porre dubbi alle proprie certezze e certezze ai propri dubbi. E’ lo spirito critico che deve accompagnarci in ogni momento, davanti alla peculiarità della materia dove ciascun individuo rappresenta un caso a sé stante, ma dove i numeri possono fare tendenza. Essere soddisfatti ed in pace con sé stessi. E’ quello che voglio dire e dare ai giovani. Se sentite dentro di voi il desiderio di diventare veramente il medico del bambino, allora impegnatevi. Riuscirete”.