G. Saggese – F. Vierucci Clinica Pediatrica – Università di Pisa

La vitamina D è una vitamina liposolubile che classicamente svolge un ruolo importante nella regolazione del metabolismo fosfo-calcico e nella promozione dei processi di mineralizzazione ossea. La conseguenza storicamente più nota della deficienza di vitamina D è, infatti, il rachitismo carenziale.

D’altra parte, la vitamina D può essere considerata a tutti gli effetti un pro-ormone e, negli ultimi anni, si sono susseguite importanti acquisizioni riguardo al suo ruolo per la salute dell’intero organismo, in particolare durante l’età evolutiva. A tale proposito, la Clinica Pediatrica di Pisa rappresenta ormai da anni un centro di riferimento per la diagnosi e la gestione delle patologie del metabolismo osseo in età pediatrica.

Il parametro che riflette con maggior accuratezza lo stato vitaminico D di un individuo è rappresentato dalla valutazione dei  livelli circolanti di 25-idrossivitamina D. Negli anni si è assistito ad un acceso dibattito inerente la definizione dello stato vitaminico D ottimale per il bambino. Nel 2010 l’Institute Of Medicine (IOM) ha pubblicato delle nuove raccomandazioni secondo cui si definisce deficienza di vitamina D la presenza di livelli circolanti di 25-idrossivitamina D inferiori a 20 ng/ml. Attualmente le indicazioni per l’età pediatrica fornite dall’IOM sono state estratte da studi condotti su popolazioni adulte, dal momento che scarsi sono i dati ottenuti su casistiche pediatriche. Per questo motivo, diversi autori continuano a considerare come desiderabili per l’età adulta livelli circolanti di 25-idrossivitamina D superiori a 30 ng/ml e come insufficienti livelli compresi tra 20 e 30 ng/ml.

Vitamina D e salute ossea

Lo stato vitaminico D riveste un ruolo fondamentale per la salute ossea del bambino e uno stato vitaminico D sufficiente deve essere garantito soprattutto durante i periodi della vita in cui i processi di crescita staturale sono maggiormente rappresentati, come la prima infanzia e l’adolescenza. Il 90% circa dell’apporto di vitamina D deriva dall’esposizione solare; al contrario, gli alimenti sono una fonte pressoché trascurabile di vitamina D. Le ricerche effettuate presso la Clinica Pediatrica di Pisa hanno dimostrato che alla latitudine di Pisa (43°, 40.9’ N) la sintesi cutanea di vitamina D avviene soltanto in alcuni mesi dell’anno in rapporto alla quantità di raggi UVB che raggiungono la superficie terrestre: in autunno inoltrato, nei mesi invernali e all’inizio della primavera il bambino, anche se esposto al sole, non è in grado di produrre vitamina D.

Per tutti questi motivi appare fondamentale raccomandare la profilassi con vitamina D in tutti i bambini fin dai primi giorni di vita: infatti, da una parte il latte materno è povero di vitamina D, dall’altra i lattanti sottoposti ad allattamento formulato non assumono le quantità raccomandate di vitamina D a meno che non assumano circa 1 litro di latte al giorno, quantità che, in base al fabbisogno idrico, riescono ad assumere solo quando presentano un peso superiore ai 5-6 Kg.

Alcuni gruppi sono particolarmente a rischio di sviluppare deficienza di vitamina D come ad esempio i bambini immigrati ed adottati che, spesso per motivi colturali, sono sottoposti ad allattamento al seno esclusivo e prolungato, non ricevono la profilassi con vitamina D e sono scarsamente esposti alla luce solare.

La deficienza di vitamina D non porta esclusivamente allo sviluppo del rachitismo carenziale, ma può interferire anche con i processi di acquisizione della massa ossea che avvengono nelle epoche successive della vita, fino a compromettere l’acquisizione del cosiddetto picco di massa ossea che avviene in età giovane adulta. L’ipovitaminosi D non trattata può portare, infatti, all’instaurarsi di osteopenia/osteoporosi e di ipotonia: a tale proposito, una recente metanalisi ha confermato come la supplementazione con vitamina D nei soggetti deficitari influenzi positivamente i valori di densità minerale ossea a livello lombare e del corpo intero.

“Nuove” azioni extra-scheletriche della vitamina D

Negli ultimi anni si sono susseguite importanti e rivoluzionarie scoperte riguardo al ruolo della vitamina D per la salute dell’intero organismo. La vitamina D, infatti, non è implicata esclusivamente nella regolazione del metabolismo fosfo-calcico. Molti organi ed apparati, come l’encefalo, la ghiandola mammaria, il colon e le cellule dell’immunità innata (macrofagi e monociti) esprimono il recettore della vitamina D e  l’1-alfaidrossilasi, l’ormone che trasforma la vitamina D nella sua forma attiva. Le azioni esercitate dalla vitamina D in queste sedi sono genericamente raggruppate sotto il termine di “azioni extra-scheletriche”. Negli ultimi anni lo stato vitaminico D è stato messo in relazione con il rischio di sviluppare patologie autoimmuni, neoplastiche ed infettive. In particolare, è stato dimostrato che la supplementazione con vitamina D durante la prima infanzia riduce significativamente il rischio di sviluppare a 30 anni diabete mellito di tipo 1. Studi osservazionali hanno poi registrato una relazione tra lo stato vitaminico D ed il rischio di sviluppare patologie neoplastiche, in particolare il tumore del colon e della mammella. Infine, sia lo stato vitaminico D della madre durante la gravidanza che del bambino nelle prime epoche di vita correlano inversamente con il rischio del bambino di ammalarsi di infezioni virali ricorrenti delle vie aeree e di sviluppare asma nelle epoche successive della vita.

Tutte queste azioni possono essere spiegate in quanto la forma attiva della vitamina D contribuisce a regolare la proliferazione e la differenziazione cellulare, l’apoptosi e l’angiogenesi. La vitamina D svolge anche un’azione immunomodulante e di promozione dell’immunità innata che potrebbe prevenire l’instaurarsi di infezioni ricorrenti e lo sviluppo di alcune patologie autoimmuni.

In conclusione, compito fondamentale del pediatra è quello di promuovere la profilassi con vitamina D in tutti i bambini durante la prima infanzia, in particolare nelle categorie a rischio, e di valutare ogni possibile fattore di rischio di deficienza di vitamina durante tutta l’età evolutiva al fine di porre in atto, quanto prima, un adeguato trattamento.