A. Zampieri

Libero Docente in Semeiotica Medica – Specialista in Storia della Medicina

La Terapia del Rinascimento presenta, in confronto con l’epoca precedente, alcune nuove caratteristiche dovute principalmente alla conoscenza di nuove droghe e nuovi alimenti importati dal nuovo mondo, ignorati prima di allora, e all’introduzione nella farmacologia di medicamenti ottenuti per via chimica.

Fra i principali scrittori che si occuparono di far conoscere le nuove sostanze, ricordiamo il portoghese Garcia dell’Horto. autore di una descrizione delle piante dell’India; Cristoforo Acosta, che nel 1588 pubblicò un Trattato delle droghe e piante medicinali delle Indie orientali; il farmacologo e botanico di grande valore Charle de l’Escluse, noto col nome di Clusius, direttore a Vienna del locale orto botanico; Nicolò Monardes di Siviglia ed infine Prospero Alpino, osservatore e scrittore attento della medicina e delle piante dell’Egitto.

C. Acosta, Trattato historia, natura et virtù delle Droghe Medicinali…, In Venetia, 1585

Fra i nuovi semplici importati in quest’epoca, dall’America e dalle Indie orientali, ricordiamo il balsamo del Tulù, il legno guaiaco, di grande utilità per la cura della sifilide, la salsapariglia, la scialappa, la cascarilla e l’ipecacuana.

Accanto a questi e tanti altri prodotti dell’epoca precedente, trovarono allora un vasto impiego e una grande notorietà anche altre sostanze particolarmente curiose, ben presenti nelle farmacopee di allora. Ricordiamo anzitutto la “mummia”, che sarebbe stata composta di tessuto muscolare umano proveniente da mummie rinvenute in sepolcri egiziani; preparata con uno speciale procedimento, ne risultava una sostanza nera, di sapore acre amaro, dall’odore aromatico, indicata specie per calmare la tosse o i dolori. Altro farmaco portentoso era il “bezoar”, una pietra di proprietà magiche, descritta per la prima volta dagli Arabi, antidoto universale sia per le ferite che gli avvelenamenti. Date le sue decantate virtù, si pagava a prezzi altissimi ed era custodita in contenitori finemente cesellati, come un oggetto prezioso. Si usava anche incastonarla in anelli, che il medico recava con sé, come una specie di pronto soccorso, per applicarlo direttamente sul malato; in realtà, non era altro che una concrezione calcarea che si poteva ritrovare nello stomaco di alcuni ruminanti e che veniva poi opportunamente lisciata e lucidata.

Altro medicamento misterioso, fu il celebre “corno di unicorno”, che altro non era se non il dente di narvalo, ma che era venduto a prezzi altissimi come l’unico corno esistente sulla fronte di un favoloso animale. Su questo argomento furono scritti numerosi volumi e fra questi ricordiamo come  il più noto quello di Andrea Bacci, intitolato appunto Discorso su le mirabili virtù del corno di unicorno; era un antidoto universale che veniva raschiato e la polvere così ottenuta somministrata per via interna con una bevanda.

Cominciano ad essere stampate le prime farmacopee ufficiali, come il celebre Ricettario fiorentino, con riportate numerose sostanze medicinali presentate in tante forme come acque distillate, sciroppi, decotti, infusi, elettuari, emulsioni, tinture, pillole, polveri animali e così via.

Ricettario Fiorentino, Firenze, 1567

Accanto a queste, cominciano ad apparire anche le formulazioni chimiche, che avranno in Paracelso il suo più famoso  assertore.

Un altro importante argomento da ricordare in quest’epoca, è la nascita dei così detti “orti dei  semplici” nei quali con grande cura venivano coltivate le piante ed in particolare quelle medicinali. Il primo ad essere costituito nel 1543 sarebbe stato quello di Pisa, fondato da Luca Ghini, seguito subito dopo da quello di Padova e poi di Bologna. A questi successivamente fecero seguito quelli stranieri.

Oltre alla terapia con i più vari medicamenti, presi principalmente dal mondo vegetale, ma anche animale e minerale, i medici disponevano di altri mezzi di cura, alcuni dei quali noti dall’antichità. Il salasso era fra questi il più noto e tante le discussioni e le polemiche per dove effettuarlo, con quale frequenza e quantità. I cauteri si applicavano ancora con appositi ferri roventi, di varie forme;  frequente pure il ricorso ai clisteri, con vesciche munite di cannula ricurva e terminanti in alto con un allargamento ad imbuto, nel quale si versava direttamente il liquido; altri mezzi impiegati erano quelli delle coppette e, in generale, dei rivulsivi cutanei.

Molti furono, in questo secolo XVI, i medici, i botanici ed anche i chimici, che si occuparono e scrissero di questi argomenti. Ricordiamo i principali.

Ulisse Aldrovandi (1522-1605) fu un medico ed un naturalista molto famoso; era nato a Bologna, ove studiò ed insegnò per vari decenni; diresse l’orto botanico di quella città, arricchendolo notevolmente e fu autore di una vasta Storia naturale in 12 volumi. Ancora più celebre fu il senese Piero Andrea Mattioli (1500-1577), medico e botanico, consultato dai principali personaggi del suo tempo;

Piero Andrea Mattioli

fu autore delle Epistolae medicinales ma, sopra a tutto, di una poderosa opera, Discorsi sopra i libri di materia medicinale di Pedacio Dioscoride, pubblicati Brescia nel 1544 e poi tante altre vote ristampati, importanti perchè corredati delle tantissime immagini delle piante trattate.

P.A. Mattioli, Discorsi sopra i libri di materia medicinale di Pedacio Dioscoride, In Venetia, 1581

P.A. Mattioli, Discorsi sopra i libri di materia medicinale di Pedacio Dioscoride, In Venetia, 1544

P.A. Mattioli, Discorsi sopra i libri di materia medicinale di Pedacio Dioscoride, In Venetia, 1544

Pure  assai stimato al suo tempo fu Castore Durante (1505-1590), nato a Gualdo in Umbria, insegnò a lungo a Roma e scrisse un trattato dal titolo Erbario novo, stampato a Venezia nel 1584, che ebbe un larghissimo successo e molte edizioni, in cui vengono riportate le proprietà dei semplici che nascono in tutta l’Europa, Le figure che lo ornano sono però di minor pregio di quelle che illustrano l’opera del Mattioli.

Tra coloro che maggiormente dettero incremento alla conoscenza della botanica di allora, si devono ancora ricordare Bartolomeo Maranta (1500 ca.-1571), medico e semplicista; Luigi Anguillara (1512-1570) e sopra a tutti Andrea Cesalpino (1519-1603), medico insigne, autore nel 1583 di un libro, De plantis, nel quale si ritrovano anche importanti considerazioni sulla circolazione del sangue.

Molti  medici si occuparono allora anche di terapia in generale, come Giovanni Manardi di Ferrara (1462-1536), Antonio Musa Brasavola (1500-1555), che alla fine della sua vita scrisse un’opera dal titolo De medicamentis tam simplicibus quam compositis, ed in specie G.Battista Della Porta (1535-1615), interessante figura di studioso, autore di un trattato, De Phytognomonica, opera in cui espose molte sue particolari idee terapeutiche.

Fra coloro che si occuparono di farmaci su base chimica, sono da ricordare Tommaso Zeferiele Bovio  (1521-1609), che pubblicò nel 1584 il suo Flagello de’ medici rationali, in cui esalta le virtù del suo “Ercole”, medicamento misterioso con quale egli si vanta di aver guarito oltre settemila persone, e Leonardo Fioravanti (1517-1588), autore dei famosi Capricci medicinali in cui sono riportate numerose ricette, spesso su base chimica, capaci di produrre effetti “terribili e grandi” fino a fare risuscitare anche i morti!

L. Fioravanti, De capricci medicinali, In Venetia, 1568

Tra gli autori stranieri, vanno ricordate alcune figure di studiosi per l’apporto da  loro dato alla storia della farmacologia. Citiamo per primo Guglielmo Rondelet (1507-1566), che fu uno dei maestri più noti della scuola di Montpellier, autore di apprezzate opere, tra cui una Farmacopea; fu insegnante anche di Rabelais, che poi lo ricordò con il nome di Rondibilis nel suo celebre libro Gargantua e Pantagruel. Altri appassionati studiosi di materia medica furono Valerio Cordo (1515-1554), Leonard Fuchs (1501-1566), insegnante a Ingolstadt e poi  Tubinga, autore dell’opera De historia stirpium, ricca di indicazioni terapeutiche; Corrado Gesner, svizzero (1516-1565), definito il primo farmacologo sperimentale, che provò su se stesso l’azione delle piante medicamentose che egli andava studiando, anche se erano a volte pericolose. In possesso di un materiale vastissimo, scrisse fra l’altro nel 1541 una Historia plantarum, che ebbe molto successo.

Altri famosi studiosi di questa epoca furono il belga Rembert Dodoens (1517-1585), il francese Mattia de Lobel (1538-1616), Osvald Croll (1580-1609), medico e alchimista, che ricercò principalmente un medicinale che potesse prolungare la vita ed autore di un’opera intitolata Basilica chimica, stampata poi nel 1608 ed infine Giuseppe du Chesne, meglio conosciuto col nome di Quercetanus (1544-1609), convinto seguace di Paracelso, che fu medico di re Enrico IV, e scrittore tra l’altro di una Pharmacopea dogmatico restituta in cui espone in dettaglio numerosi procedimenti alchimistici e  tutti i medicamenti allora noti, nelle loro varie forme.

Quercetanus, Pharmacopea Dogmaticorum Restituta, Marburgi, 1622