A. Zampieri

Libero Docente in Semeiotica Medica – Specialista in Storia della Medicina

La medicina del mondo islamico rappresenta un capitolo di notevole importanza nella storia della nostra scienza.

Dal 622, data dell’Egira, Maometto (571-632) iniziò la trasformazione della penisola arabica popolata da genti diverse, idolatre e non organizzate, in un popolo disciplinato socialmente e militarmente, seguace di una nuova religione monoteista. Pur esistendo indubbiamente una precedente tradizione medica, che risentiva della vecchia sapienza mediterranea, influenzata da correnti di netto carattere orientale, con numerose nozioni riguardanti l’igiene, la salute, le malattie e il loro trattamento, comunemente si fa iniziare la medicina araba dal periodo successivo alle prime conquiste territoriali dell’Islam, avvenute fra l’VIII ed il IX secolo; la sua lunga storia viene in genere suddivisa in tre periodi: uno di formazione, tra il 750 ed il 900; uno di massimo splendore, dal X al XI secolo; ed infine uno, successivo, di declino.

Personaggio da ricordare degli inizi, fu anzitutto Mesuè il vecchio, detto anche Giovanni Damasceno (onde fu confuso col santo omonimo), cristiano di origine, vissuto nel IX secolo, che esercitò la professione a Bagdad ed autore di importanti versioni per incarico del locale califfo, di cui era medico.

Il medico arabo Abu Zakariya Yahya ibn Masawaih (Mesuè il vecchio, detto anche Johannes Damascenus)

Delle sue numerose opere concernenti la dietetica, la ginecologia, le febbri, la più nota giunta a noi è quella intitolata Aforismi, che furono pubblicati per la prima volta a Bologna nel 1489, una raccolta di consigli morali, di considerazioni filosofiche ed indicazioni terapeutiche pratiche.

Altra persona da citare di questi tempi fu Hunain Ibn Ishàq, conosciuto poi in Occidente come Giovannizio, nativo in Mesopotamia, che fu allievo del precedente. La sua fama si basò in specie sulla terminologia tecnica che egli completò, nel linguaggio arabo, di parole greche e persiane. Fu inoltre un traduttore assai attivo, specie dei testi di Ippocrate, Galeno e Dioscoride. Fu autore anche di scritti originali di medicina, tra cui le Isagoge, un compendio basato sulla dottrina galenica. Altra figura da ricordare in questo IX secolo, è il siriaco Serapione il vecchio, che scrisse varie opere in arabo, fra le quali ricordiamo il famoso libro intitolato Aggregator, ricco di osservazioni originali,  tradotto poi in latino e pubblicato nel 1469.

Degno di menzione è pure Al-Kindi: fu filosofo, matematico, medico, astrologo, vissuto anch’esso in questo periodo storico; scrisse un libro assai importante sui vari gradi dei medicamenti, classificati con concetti di proporzione geometrica e di armonia musicale, assai però complessi. Pure da ricordare è anche il famoso Geber, il più grande alchimista dei suoi tempi.

Nel secondo periodo si assiste all’apogeo della cultura medica araba, che ebbe in Avicenna (che verrà trattato a parte, data la sua grande importanza), Razes ed Albucasis, i suoi più grandi rappresentanti. Ricordiamoli brevemente.

Razes nacque nel 864 a Raj, importante centro commerciale presso Teheran, il che gli valse poi il sopranome di Al-Razi, come è comunemente ricordato; morì fra il 923 e il 930.

Oltre che ottimo medico, fu anche musicista, filosofo e poeta; scrittore assai fecondo, avendo composto oltre cento trattati vari. Si narra che, avendo fallito alcuni esperimenti di alchimia promessi al principe arabo regnante, fu da questo percosso alla testa, da divenire cieco. La sua opera più importante è quella che fu poi tradotta col titolo Continens, una grandiosa enciclopedia che tratta di tutte le malattie del corpo, esposte dalla testa fino ai piedi, secondo la tradizione classica, con tanti richiami terapeutici; vi si trovano riportati nuovi medicamenti, che somministrava nelle più diverse forme, come pillole, sciroppi, cataplasmi, clisteri e supposte.

Al-Razi, Continens, Parisiis, 1529

Da ricordare anche il De pestilentia, in cui espone precise notizie su molte malattie infettive, descrivendo per primo il vaiolo e la scarlattina, e il Liber medicinalis ad Almansorem, un breve trattato i medicina, con tante nozioni di anatomia, terapia e malattie in generale. Si interessò anche di allergie ed è inoltre considerato il padre della pediatria, avendo scritto un libro dedicato alle malattie dei bambini. Alchimista esperto, è autore anche di una classificazione  innovativa delle sostanze farmacologiche, suddivise da lui in minerali, vegetali ed animali.

Piante medicinali, da un manoscritto arabo

Pagina da una farmacopea araba del XIV secolo

Terzo illustre personaggio di questo periodo fu Albucasis. Nato nel 1013 presso a Cordova e morto nel 1106, fu conosciuto come un chirurgo fra i più abili e i più sapienti di tutta la medicina araba. La sua opera medica, suddivisa in 30 libri, intitolata Al-Tasrif, è una vasta trattazione enciclopedica di tutta la medicina, che affronta i più svariati argomenti, tra cui ostetricia, oculistica, farmacologia, clinica medica  e dietetica. La parte più interessante è rappresentata dall’ultimo libro, interamente dedicato alla chirurgia, in cui per la prima volta ritroviamo riprodotte tante figure degli strumenti operatori in uso ai suoi tempi. Molto diffuso l’utilizzo della cauterizzazione, che viene indicata per arrestare le emorragie e per impedire l’insorgenza di infezioni, e praticata con sostanze caustiche oppure tramite strumenti arroventati. Si deve inoltre a lui l’invenzione della siringa, utilizzata per la somministrazione parenterale di vari medicamenti. Questa Chirurgia fu poi stampata per la prima volta a Venezia nel 1497; più volte riedita, fu allora per molto tempo un testo base di studio utilizzato in varie scuole mediche di Europa.

Albucasis, La Chirurgia, Firenze, 1992

Strumenti chirurgici di Albucasis (da un manoscritto latino)

Il terzo periodo storico viene definito dagli studiosi come quello della decadenza, in quanto si assiste alla fine della medicina araba nel suo splendore, ma anche allora vissero alcuni personaggi che indubbiamente dobbiamo ricordare.

Uno dei principali protagonisti fu Avenzoar, il cui vero nome fu Ibn Zuhr. Nato a Siviglia nel 1090, decise di dedicarsi agli studi medici, dopo essere riuscito a guarire il padre, seguendo fedelmente gli insegnamenti di Galeno. Dopo aver raggiunto una vasta fama, cadde in disgrazia presso il principe che lo proteggeva ed imprigionato per lungo tempo; tornò infine  nella sua città natale e qui morì nel 1162. Egli scrisse varie opere di medicina, la più nota delle quali è At-Taysir o L’assistenza, tradotta e poi stampata a Venezia nel 1490. A lui si deve la descrizione di alcune malattie come quelle dell’utero, il cancro dello stomaco e la pericardite; studiò anche le forme morbose che si contraggono nelle zone paludose. Si dedicò inoltre allo studio della farmacologia e alla preparazione di vari medicamenti, preferendo quelli più semplici. Sua caratteristica fu quella di aver diviso la medicina dalla chirurgia nell’esercizio della pratica, poiché reputava indegno per un medico effettuare tali interventi.

Altra figura da ricordare di allora fu Averroè, uno dei personaggi più illustri della medicina e della filosofia araba in Occidente. Nato nel 1126 a Cordova, fu scolaro di Avenzoar e raggiunse presto una notevole fama per la sua grande cultura che possedeva. Il suo nome da noi resta più noto come filosofo, per il “gran commento” che egli fece delle opere di Aristotele, da cui derivò  il principio della sua dottrina chiamata appunto “averroismo”, che fu molto discussa in tema di ortodossia religiosa ed esercitò una profonda influenza sul pensiero filosofico di allora. La sua opera medica basilare fu il Colliget, una specie di enciclopedia in sette libri, contenente anatomia, patologia, fisiologia, semeiotica e farmacologia.

Averroè, Colliget, Venetiis, 1553

Egli ritenne che la medicina doveva essere intesa come scienza per quanto riguarda la parte teorica, che può essere insegnata, mentre è da considerarsi un’arte nella parte pratica, che invece può essere appresa solo dopo una lunga esperienza. Morì a Marrakesh, dove era stato esiliato, nel 1198.

Ancora in ambiente spagnolo è da collocare Maimonide. Nato a Cordova nel 1135 da una famiglia di ebrei, in seguito ad una persecuzione si trasferì nella Spagna cristiana e di qui poi in Marocco, dove fu costretto a professarsi musulmano. Studiò matematica, filosofia, astronomia e medicina. Spostatosi successivamente in Egitto, per poter vivere si dedicò alla professione medica, divenendo ben presto famoso e medico del Sultano. Morì dopo varie malattie nel 1204. Delle opere che scrisse, ricordiamo il Libro sui veleni e sugli antidoti, che rimase in uso per molti secoli, un Discorso sull’asma ed un Regimen sanitatis, in cui si occupa della malinconia del figlio del Saladino, mostrando una grande attenzione al rapporto fra mente e corpo. La sua opera più famosa resta il Fusul Musa o Aforismi, in cui vengono riportate, commentate, le sentenze mediche di  Ippocrate.

Maimonide, Aphorismi, Basileae, 1645

Maimonide rappresenta l’ultima figura di rilievo della medicina araba del Califfato d’Occidente.