A. Zampieri

Libero Docente in Semeiotica Medica – Specialista in Storia della Medicina

Se nel suo insieme la chirurgia settecentesca non si discostò radicalmente dal secolo precedente, dei veri progressi iniziarono a manifestarsi per un perfezionarsi di scuole, una progressiva eliminazione dei chirurghi norcini, un obbligo sempre più sentito di essere muniti di titoli professionali per poter esercitare, unito al comparire di grandi maestri fondatori di scuole famose. Si inizia ad assistere anche al sorgere di alcune branche speciali della chirurgia, come l’ostetricia, l’oculistica, l’otologia, che trovano in questo secolo notevoli perfezionamenti nelle conoscenze dottrinarie e nell’applicazione pratica. Un particolare incremento lo ebbe poi la medicina militare.

La letteratura chirurgica si arricchisce di nuove opere di grande importanza, siano esse di carattere monografico che di argomento generale, e furono allora fondate nuove istituzioni accademiche a impronta chirurgica, che contribuirono anch’esse al progresso dell’arte.

Fu in Francia che questa rivincita della chirurgia ebbe particolarmente luogo, dove un decreto reale di Luigi XIV aveva provveduto a riabilitare il ruolo dei chirurghi-barbieri. Uno dei principali rappresentanti di questo periodo fu Jean Louis Petit (1674-1750), anatomista insigne, che inventò un meccanismo a pressione per l’emostasi preventiva nelle amputazioni, detto “Tourniquet” e dette la prima descrizione clinica dell’ematoma extra-durale; di grande valore i suoi scritti, il primo dal titolo l’Art de guérir les maladies des os, stampato nel 1705, ed in specie la sua monumentale opera, edita postuma, Traité des maladies chirurgicales, frutto della sua lunga esperienza.

Nella seconda metà del secolo fece scuola Pierre Desault (1738-1795), capo chirurgo dell’ospedale Hotel Dieu di Parigi, che si occupò di tecniche di intervento molto avanzate, come le suture intestinali e la legatura degli aneurismi.

P.J. Desault, Oeuvres chirurgicales, Paris, 1798

Altri nomi da ricordare sono Franois Fodéré (1764-1835), chirurgo militare nelle armate di Napoleone; Jacope Daran, guascone (1701-1784), spirito inquieto, che si specializzò nel trattamento delle affezioni delle vie renali, e Pierre David (1737-1784), per il suo contributo al trattamento della carie vertebrale.

In Inghilterra furono allora famosi lo scozzese John Hunter (1720-1793), definito il padre della chirurgia sperimentale, che raggiunse i massimi gradi della chirurgia militare; Percival Pott (1713-1788), che fu membro della Società Reale di Londra e che legò il suo nome alla carie tubercolare delle vertebre;

Ritratto di Percival Pott

fu autore di numerose pubblicazioni, tra cui una Memoria sui tumori delle ossa e un Trattato delle ernie.

P. Pott, Opere di chirurgia, Bassano, 1794

P. Pott, Oeuvres chirurgicales, Paris, 1777

Da citare anche Benjamin Bell (1749-1806), che si applicò particolarmente allo studio delle fratture e lussazioni, della loro cura, nonché della cura dei tumori, e Samuel Sharp (1700-1778), autore di un Trattato di operazioni chirurgiche che ebbe un grande successo e più volte ristampato.

B. Bell, Istituzioni di chirurgia, Venezia, 1788

In Germania la chirurgia ebbe un più lento progresso; meritano di essere ricordati di quel tempo Lorenz Heister (1683-1758), professore di anatomia e chirurgia presso le università di Altdorf e poi di Helmstadt, autore di uno dei trattati più completi di quel periodo, le Institutiones chirurgicae, che fu poi anche tradotto in molte lingue. Allievo di Boerhaave, apprese dal maestro la severità del vero metodo scientifico della ricerca e dell’importanza di una solida base culturale. Altro importante personaggio di allora fu August Gottlieb Richter (1742-1812), autore di varie opere famose, come gli Elementi di chirurgia e le Osservazioni chirurgiche e mediche.

In Italia questa branca della medicina fu tenuta in onore e illustrata da numerosi studiosi, che brevemente ricorderemo. Si distinse in particolar modo l’anatomico Antonio Scarpa (1752-1832), che si occupò delle operazioni chirurgiche più complesse, che allora erano trascurate dagli  universitari, e basò la sua tecnica sulla precisa conoscenza della struttura del corpo, introducendo le esercitazioni sul vivente, e non più solo sui cadaveri. Fu studioso anche della patologia oculare e delle ernie, argomento questo da lui magistralmente esposto in una Memoria, corredata da splendide tavole. Meritano attenzione inoltre  Bernardino Moscati (1704-1798), che operò presso l’Ospedale Maggiore di Milano, che acquisì una notevole esperienza nel trattamento della calcolosi vescicale; Alessandro Brambilla (1728-1800), chirurgo al servizio dell’esercito austriaco ed autore dell’opera, Instrumentarium chirurgicum, in cui illustrò con molta precisione tutti gli strumenti allora in uso; il fiorentino Angelo Nannoni (1715-1790), primario e professore dell’Ospedale S. Maria Nuova di Firenze, ardito operatore ed innovatore di nuovi interventi, autore di numerosi scritti di oculistica, sulle malattie delle mammelle, sul modo più semplice di medicare;

A. Nannoni, Trattato chirurgico, In Siena, 1774

Giuseppe Flaiani (1739-1808), chirurgo primario nell’Ospedale S. Spirito, professore di medicina operatoria e litotomista, che riportò all’antico splendore l’insegnamento romano che minacciava la decadenza, che è ricordato anche per aver fatto le prime osservazioni concernenti il gozzo esoftalmico.

G. Flajani, Osservazioni pratiche, In Roma, 1791

Tra i migliori chirurghi settecenteschi, un posto a parte lo occupa Andrea Vaccà Berlinghieri (1773-1826), figlio del noto medico Francesco. Perfezionatosi in Francia e in Inghilterra, dopo alcune difficoltà ottenne una cattedra a Pisa, dando vita ad una scuola molto seguita.

Fu autore di numerose opere e memorie di chirurgia, nelle quali trattò degli aneurismi delle arterie periferiche, delle allacciature dei vasi, della esofagotomia, oltre agli interventi concernenti l’urologia ed il trattamento delle malattie veneree.

A. Vaccà, Esposizione delle malattie, Pisa, 1828

Prendiamo ora brevemente in esame i progressi che in questo secolo XVIII si realizzarono in ostetricia. I medici che cominciarono a dedicarsi a questa nuova specialità, che però era già emersa nel secolo precedente, si interessarono non solo dei parti difficili, ma anche a quelli normali, assistendo le donne anche durante la gravidanza. In questo periodo si diffuse sempre di più l’uso del forcipe, inventato da poco e custodito come segreto di famiglia dai Chamberlain, e poi, modificato e perfezionato, entrò a far parte comunemente dello strumentario ostetrico, mentre il taglio cesareo rimase ancora una modalità di intervento piuttosto pericolosa e da usare solo nei casi estremi.

La Francia fu il luogo in cui più di altrove si sviluppò con successo in questo campo. Tra i cultori che più onorarono quest’arte, ricordiamo, prima di tutti, André Levret (1703-1780), che per la sua perizia divenne anche addetto al servizio della regina; fu autore di vari scritti, tra cui un Trattato dei parti, edito nel 1753, nel quale espose la tecnica de forcipe, al quale apportò varie migliorie. Altro illustre maestro di allora fu Jean-Louis Baudeloque (1745-1810), fu a Parigi chirurgo e professore di ostetricia, e si dedicò in particolare allo studio del parto normale. Studiò il distacco della placenta, ideò il pelvimetro per misurare il diametro esterno del bacino e si dedicò anche ad istruire le levatrici, pubblicando appositi testi di riferimento, come L’arte dei parti, edita nel 1776.

J.L. Baudeloque, L’arte dei parti, In Napoli, 1789

In Inghilterra l’ostetrica ebbe ugualmente molto sviluppo, per merito specialmente dello scozzese  William Smellie (1697-1763); stabilitosi a Londra, qui aprì una scuola di insegnamento di questa arte, attirandovi un gran numero di discepoli, fu ideatore inoltre di molti innovativi strumenti, fra cui nuovi tipi di forcipe. Insieme a lui ricordiamo anche William Dease (1752-1798), il quale si distinse per aver consigliato la massima attenzione nell’usare lo strumentario nel parto; Thomas Denman (1733-1815), al quale si deve l’induzione del parto prematuro tramite la rottura delle membrane, e Charles White (1728-1813), che comprese l’importanza dell’igiene nelle sale parto e nelle camere di degenza, dimostrandosi così un precursore dell’antisepsi; egli raccomandava inoltre alle puerpere di scendere dal letto precocemente dopo il parto, al fine di prevenire delle flebiti.

In Germania, il maggiore esponente da ricordare fu Georg Roederer (1726-1763), il quale non fu soltanto un pratico eccellente, ma pure uno attento studioso di questa materia, si occupò infatti di fisiologia del feto e degli organi interessati nel parto e fu autore di un’opera, Elementa artis obstetricae, che ebbe molta fortuna.

Anche in Italia l’ostetricia di allora fu praticata da famosi personaggi, tra i quali vanno  ricordati Paolo Assalini (1759-1846), che ebbe una vita molto avventurosa: fu anche un grande chirurgo, ideò numerosi strumenti operatori e stampò vari scritti, fra cui citiamo un Manuale di Chirurgia e i Nuovi strumenti di ostetricia e loro uso; Francesco Asdrubali (1756-1832), autore di pregevoli testi fra cui un Trattato generale dell’ostetricia, edito in cinque volumi nel 1812, e Giuseppe Vespa (1727-1804), professore a Firenze, che pubblicò nel 1761 l’opera Dell’arte ostetricia.