G. Ceraudo, L. Dell’Osso

Reparto di Psichiatria U.O.I. – Università di Pisa

Un senso di superiorità nei confronti di un altro soggetto manifestato attraverso un costante disdegno, ecco come si può definire l’arroganza. Disdegnare, disprezzare e respingere con spregio approdano nel lessico e nelle condotte degli uomini e delle donne di questo nuovo millennio, configurando una moderna rete sociale, più stretta e classista. Nella storia dell’umanità l’arroganza ha favorito la sopravvivenza, tutelando individui forti e coraggiosi a scapito di chi si percepiva sopraffatto e invalidato.

L’arroganza scolpisce i gradini sociali elogiando individui potenti e amplificandone il rispetto. Se nel mondo animale, è l’istinto a incrementare le condotte arroganti attraverso la percezione della fame e dei richiami sessuali, nell’essere umano, è il bisogno di rispetto, il terrore di non essere riconosciuti per quanto valgono, nascosti dalla sensazione di onnipotenza, vera o presunta che sia.

Oggi l’arroganza è complice della qualità di vita, incrementando successi economici, sociali e professionali, soprattutto in Italia, dove la visibilità amplificata dai social network e dai mass-media, crea una immagine forte e virile spendibile come rappresentazione di leadership più che di inciviltà o di scarsa aderenza alle regole sociali. L’uomo arrogante si appropria di vantaggi illegittimi che allargano gli ambiti di azione promuovendo un traguardo condivisibile da tutti. Nella cultura maschio-centrica che ha caratterizzato gli ultimi due secoli, l’arroganza ha segnato il volto della storia apparendo prevalentemente in uomini altolocati che per le loro conquiste erano pronti a tutto. Ma col processo di “mascolinizzazione” delle femmine e di “femminilizzazione” del maschio, iniziato quasi cinquanta anni fa, cui siamo tutti spettatori, accade che il fenomeno dell’arroganza inizia a distribuirsi equamente nei due sessi. E ciò sconvolge gli equilibri già precari del maschio targato 2014, che non è preparato, o per meglio dire geneticamente programmato, a competere con donne arroganti. L’arroganza presuppone o definisce un dislivello perlopiù sociale tra l’arrogante e la preda, configurando un modello funzionale fintanto che esiste tolleranza a tali comportamenti. La plasticità del cervello permette agli individui di imparare a tollerare stimoli nocivi ambientali, riducendone la risonanza emotiva per favorire l’adattamento al nuovo contesto soprattutto se ciò può condurre ad un incremento della propria qualità di vita. Pertanto in un mondo in cui aumentano i comportamenti arroganti, deve necessariamente concomitare una tolleranza più diffusa al fine di evitare eccessive conflittualità sociali. Il non controllo dell’umiliazione percepita può sfociare a posteriori in agiti aggressivi o consumo di sostanze per sfogare e attenuare i livelli di ansia reattivi.

La donna arrogante si aggiunge all’esercito maschile spodestando l’esclusività di appartenenza all’arma, ma di fatto potenziando il rischio di scontrarsi con l’arroganza altrui. Laddove si sceglie di mantenere una pari opportunità dei comportamenti arroganti, esisterà sicuramente una maggiore parità dei diritti insieme però a più dislivelli sociali e problematiche interpersonali. Insomma si profilano nello stesso individuo ambiti in cui l’arroganza è espressa ed altri in cui è subita, definendo così una piramide sociale dove ognuno vomita arroganza a chi può. La diffusione ubiquitaria dell’arroganza in tutte le classi sociali contribuisce ad aumentare il rischio della messa in atto di aggressività espressa da una parte e di repressione emotiva dall’altra. Dalla base di tali fenomeni uomini e donne costruiscono i record di conflittualità ad ogni livello sociale che si esprimono a varia misura con l’incremento dei tradimenti, del bullismo, delle violenze, dei femminicidi, dei suicidi, del consumo di sostanze psicoattive…. Ma anche di razzismo, estremismo e fanatismo. Ovviamente la diffusione dell’arroganza non è l’unico fattore implicato nella complessa eziologia dei comportamenti estremi o violenti, tuttavia concomita spesso, associata o meno a disturbi psichiatrici. Tra i quali sembrano maggiormente rappresentati i Disturbi dell’Umore (Disturbi Bipolare), i Disturbi d’Ansia, il Disturbo Post-Traumatico da Stress, i Disturbi dello spettro Autistico tipo Asperger in Asse I e il Disturbo Narcisistico di Personalità, Borderline  e Antisociale in Asse II. In letteratura non esistono dati epidemiologici specifici, pertanto appare importante iniziare a studiare il fenomeno dell’arroganza subita o espressa nei pazienti psichiatrici per confrontarli a gruppi di controllo al fine di potenziare la sensibilità a difesa dei soggetti più vulnerabili che talora non sopportano l’affronto del comportamento arrogante reagendo con atti impulsivi o aggressivi. Cercare un controllo maggiore dei fenomeni arroganti nella popolazione generale significa ridurre la probabilità di andare incontro a episodi drammatici, violenti e autolesionistici. La cura dei disturbi psichiatrici non è sufficiente da sola al controllo sociale dei comportamenti arroganti, è necessaria anche una diffusione culturale che riduca i bagliori e la popolarità dell’essere arrogante al fine di ripristinare un maggior equilibrio sociale. Noi iniziamo a provarci alla ricerca di dati scientifici, sviluppando scale di valutazione, per promuoverne l’attenzione e descriverne le implicazioni cliniche.

Già Charles Darwin si accorse del pericolo: “L’uomo nella sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina. Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente degli animali”. Verosimilmente non sarebbe bastato propagare i suoi consigli perché in fondo appartiene alla nostra natura essere arroganti. Uomini e donne. Siamo fatti così.