F. Pancani Presidente CAO Pisa

R. Trivelli Presidente ANDI Pisa e Consigliere CAO Pisa

In questo numero di Pisa Medica dedicato interamente alla presentazione del nuovo Codice Deontologico, approvato recentemente, la Commissione Odontoiatri ritiene in prima istanza sottolineare alcuni aspetti che più di altri interessano la nostra professione. La missione educativa deontologica è stata portata avanti dalla CAO fin dal suo insediamento, e continua regolarmente sia attraverso l’impegno didattico che tramite quello disciplinare repressivo. Abbiamo unanimemente privilegiato, nei limiti del possibile, nella valutazione dei casi disciplinari soprattutto l’aspetto educativo. Pare che nel lungo periodo questa impostazione generale stia dando dei buoni risultati. Riteniamo pertanto opportuno, come già detto, mostrare agli iscritti all’Albo anche alcuni aspetti di come si sviluppa il potere disciplinare connesso con specifici articoli del Codice Deontologico.

Uno dei principali compiti dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri è appunto l’esercizio del potere disciplinare attraverso l’azione autonoma e distinta delle due Commissioni per gli Iscritti agli Albi dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. L’iscrizione all’Albo determina il conseguente dovere di osservare le norme deontologiche dettate nell’interesse generale dei cittadini/pazienti e poste a tutela della dignità e del decoro della categoria professionale.

Dati riferiti al 2011 indicano che sono oltre 10 mila i provvedimenti disciplinari emessi in quell’anno  dagli  Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri nei confronti degli iscritti. Non abbiamo elementi più recenti.

E’ previsto che i medici sanzionati possano impugnare i provvedimenti degli Ordini davanti alla Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie (CCEPS), l’organo del Ministero della Salute con funzione d’appello per gli operatori del SSN (medici, odontoiatri, veterinari, farmacisti, ostetrici, infermieri e tecnici di radiologia).

Il procedimento disciplinare nei confronti del medico può essere promosso d’ufficio dall’Ordine o su richiesta dell’autorità giudiziaria. Ma i fatti che sono oggetto del possibile atto d’accusa possono arrivare anche da altre fonti come segnalazioni dei cittadini o denuncia di un collega, oltre che da parte di società, associazioni o dagli organi di stampa. Se la Commissione Disciplinare dell’Ordine accerta nel comportamento del sanitario, sottoposto a giudizio, la violazione di articoli del Codice Deontologico emanerà una sanzione.

Le sanzioni rilevanti sia per l’Ordine che per il Ministero della Salute, che raccoglie tutti i provvedimenti emessi in Italia, sono la sospensione e la radiazione dal momento che l’avvertimento e la censura non impediscono l’esercizio della professione sanitaria. L’avvertimento è la sanzione meno grave, consiste nel diffidare il sanitario a non ricadere nella infrazione  commessa e viene comunicata per iscritto. La censura, invece è una dichiarazione di biasimo ed è prevista per un’infrazione di maggiore entità, anche questa con avviso scritto.

Anche le decisioni della CCEPS possono essere impugnate davanti alla Corte di Cassazione. La Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie differenzia tra le ‘mancanze’ dei medici che lavorano nel SSN e quelli che invece operano con un rapporto libero professionale.

Il medico una volta ricevuta la sanzione può, se ricorre alla CCEPS, ottenere la sospensione del provvedimento. La Commissione si riunisce una volta ogni due mesi.

Ma cos’è la Commissione CCEPS?

La Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie è un organo di giurisdizione speciale, istituito presso il Ministero della Salute con il decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 13 settembre 1946, n. 233.

In base a predetto decreto e al relativo regolamento di attuazione, approvato con D.P.R. 5 aprile 1950, n. 221, la Commissione Centrale è preposta all’esame dei ricorsi presentati dai professionisti sanitari contro i provvedimenti dei rispettivi Ordini e Collegi professionali in determinate materie (tenuta degli albi professionali, irrogazione di sanzioni disciplinari), nonché sulla regolarità delle operazioni elettorali per il rinnovo degli organi direttivi; inoltre, esercita il potere disciplinare nei confronti dei propri componenti appartenenti alle professioni sanitarie e dei componenti i Comitati Centrali delle Federazioni Nazionali.

La Commissione è presieduta da un Consigliere di Stato ed è composta da componenti designati dal Ministro della Salute, nonché da membri designati dalle Federazioni Nazionali degli Ordini e Collegi delle professioni sanitarie; detti componenti vengono nominati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri e durano in carica quattro anni.

Pensiamo sia utile per i componenti la Commissione Disciplinare, ma anche per l’esercente la professione sanitaria, e qui ci rivolgiamo agli odontoiatri in particolare, conoscere i principali provvedimenti espressi dalla CCEPS in riferimento ai ricorsi presi in esame. Non potendo essere esaustivi procederemo per argomenti riportando in questo numero le decisioni che si riferiscono ad argomenti fra i più segnalati anche alla Commissione Albo degli Odontoiatri di Pisa e che riguarda la pubblicità sanitaria scorretta ed i rapporti fra colleghi.

Qualora i lettori e gli iscritti, interessati a fatti particolari e più specifici, riterranno opportuno approfondire casistiche diverse, la Commissione Odontoiatri è pronta a sviluppare questi ed anche nuovi argomenti deontologici. A questo proposito prima di entrare nel vivo dell’argomento ci prefiggiamo di valutare l’art. 10 del C.D. (Segreto Professionale), l’art. 35 (Consenso e Dissenso Informato), l’art. 37 (Prestanomismo e Favoreggiamento all’Esercizio Abusivo della Professione).

Rispetto Reciproco (art. 58)

Il riferimento, contenuto in un annuncio presente su un sito Internet di una struttura sanitaria, circa la diffusa imperizia e negligenza in campo medico non appare del tutto consono ai principi di reciproco rispetto e considerazione dell’attività professionale della categoria medica. Per sanzionare tale comportamento, che riveste per altro una ridotta gravità deontologica, l’avvertimento è misura appropriata, in considerazione del valore di monito a non ricadere nella mancanza commessa.

Rapporti fra colleghi (art. 58)

È legittimo il provvedimento sanzionatorio adottato a carico del sanitario che abbia espresso in presenza di una paziente un giudizio di disvalore nei confronti di un collega.

Veridicità e trasparenza della informazione sanitaria (art. 55 – art. 56 – art. 57)

Le norme deontologiche, al pari delle disposizioni legislative che disciplinano la materia pubblicitaria (legge n. 148/2011 e D. Lgs. n. 137/2012), convergono sulla prescrizione degli obblighi di conformità del messaggio pubblicitario ai principi di trasparenza, veridicità e correttezza, ribadendo il concetto di pubblicità informativa, quale contenuto portante e imprescindibile nella sponsorizzazione dell’attività del professionista, proprio in funzione della precipua finalità di tutelare il consumatore sia nella fase di effettuazione di una scelta consapevole, sia in quella di fruizione della prestazione. Inoltre, come già affermato dalla Commissione Centrale in analoghe occasioni (D. 21 giugno 2010, n. 42) il c.d. decreto Bersani, convertito con modificazioni nella legge 248/2006 conferma in capo agli Ordini e Collegi il potere di vigilanza sulla trasparenza e veridicità dei messaggi pubblicitari in materia sanitaria, a cui i professionisti devono attenersi per il solo fatto di essere iscritti all’Albo.

L’iscritto, infatti, soggiace alla disciplina dettata a tutela del prestigio e del decoro della categoria cui il sanitario appartiene, nonché a tutela dei terzi che vengono in rapporto con i sanitari nell’esercizio della loro professione. La trasparenza delle notizie, veicolate tramite un’informazione sanitaria corretta, la comprensibilità e, al contempo, il rigore scientifico delle espressioni usate, costituiscono principi ormai acquisiti che, oltre ad essere confermati dalle linee guida della FNOMCeO, non vengono di certo elisi dalle nuove norme in tema di liberalizzazioni, anzi ne vengono rafforzati. È, quindi, indubbio che rientri nella competenza degli Ordini e Collegi professionali stabilire quando, in tema di pubblicità sanitaria, il messaggio rivolto al pubblico a mezzo stampa, tramite internet o attraverso mezzi pubblicitari di qualunque tipo, risulti equivoco, o comunque assuma forme o contenuti contrari a disposizioni e principi deontologici.

Non è, quindi, meritevole di accoglimento il motivo di impugnazione con cui si contesta la valutazione negativa della pubblicità in termini di veridicità e trasparenza e in termini di gratuità delle prestazioni, laddove tale pubblicità contenga la attestazione della partecipazione di un numero di collaboratori dello studio dentistico non corrispondente alla realtà, integrando, in tal modo, una prima infrazione relativa alla non veridicità dei contenuti di quanto pubblicizzato, circostanza, questa, degna di rilievo in quanto il messaggio pubblicitario non può considerarsi attendibile ed è anzi fuorviante per il pubblico se vi è divergenza tra aspettative ingenerate nella clientela ed effettivo trattamento ricevuto. Detta mancanza disciplinare si caratterizza per il suo potenziale effetto di induzione in errore del pubblico, con conseguente indebito accaparramento di clientela (in senso conforme, D. CCEPS n. 86/2009).

Qualora emerga dagli atti che il sanitario ha pubblicizzato prestazioni sanitarie non corrispondenti a quelle effettivamente offerte presso lo studio odontoiatrico, sussiste carenza di veridicità del messaggio pubblicitario, che diviene cosi fuorviante per il pubblico, ravvisandosi una divergenza tra aspettative ingenerate nella clientela ed effettivo trattamento offerto. Sotto tale profilo, la mancanza disciplinare, qualificata come violazione dell’art. 56 C.D., si caratterizza per il suo potenziale effetto di induzione in errore del pubblico, con conseguente indebito accaparramento di clientela e lesione dei principi di correttezza  e  veridicità dell’informazione pubblicitaria.

Può essere censurato il messaggio pubblicitario del sanitario che associ “il suo nome ad un noto marchio commerciale”, in quanto non improntato ai richiesti requisiti di trasparenza e veridicità. La ratio dell’art. 57 C.d. va proprio nel senso di preservare l’autonomia del sanitario e la completa trasparenza del relativo comunicato pubblicitario. Il provvedimento dell’Ordine appare legittimo anche nella parte in cui motiva il convincimento di colpevolezza del sanitario con la “promozione di specifici prodotti direttamente patrocinati nel contesto di un evidente rapporto di reciproco scambio”. Con ciò, infatti, non ci si riferisce ad un formale rapporto di sponsorizzazione o analoga relazione sinallagmatica tra l’azienda detentrice del marchio e l’incolpato, ma si stigmatizza una condotta fuorviante volta a determinare, a proprio vantaggio, confusione e sviamento del mercato (n. 42 del 19 dicembre).

Vi è mancanza di trasparenza del messaggio pubblicitario se le prestazioni mediche pubblicizzate come innovative non sono illustrate con un maggiore dettaglio prima di essere presentate come “rivoluzioni assolute nel trattamento dei pazienti”. Ciò a maggior ragione ove, sotto il profilo tecnico-specialistico, le affermazioni del sanitario risultino ingannevoli in quanto suscettibili di indurre il paziente a pensare a tipologie di interventi non corrispondenti alla realtà clinica. Conseguentemente, il messaggio può risultare non veritiero e non corrispondente a verità scientifica (n. 24 del 27 febbraio).

Direttore sanitario (art. 69)

È infondato il gravame con cui il ricorrente lamenta che l’attività pubblicitaria non sia a lui addebitabile bensì alla società di cui è direttore sanitario, asserendo che detta società gli avrebbe assicurato che la pubblicità era conforme alla disciplina vigente in materia. Al riguardo il Codice Deontologico all’art. 69, attribuisce espressamente al direttore sanitario l’onere di garantire il rispetto di tutte le normative vigenti nello svolgimento dell’attività professionale. Ai sensi dell’art. 69 C.D. il medico a cui sia attribuita la direzione sanitaria della struttura è tenuto a garantire il rispetto delle norme deontologiche nell’espletamento della propria attività e deve vigilare sulla correttezza del materiale informativo attinente all’organizzazione e alle prestazioni erogate dalla struttura medesima. Non si tratta, quindi, di responsabilità oggettiva del sanitario, bensì di un onere strettamente correlato all’espletamento dell’incarico attribuito al sanitario sin dalla costituzione del centro. Ciò anche quando risulti che l’interessato all’epoca della pubblicazione non si era ancora insediato, ma aveva sottoscritto l’accettazione dell’incarico di direttore sanitario, rivestendo formalmente la carica, tanto che nella medesima pubblicità sanzionata ne risultava l’espressa menzione.

Direttore Sanitario (art. 69)

Legittimamente il sanitario viene sanzionato in quanto, nella sua qualità di direttore sanitario di una clinica privata, effettui pubblicità sanitaria a mezzo di vetrofanie applicate sulle vetrate esterne della sede della medesima clinica e sul relativo sito internet, in violazione dell’art. 56 del Codice di Deontologia medica e delle linee guida in materia di informazione sanitaria allegate allo stesso Codice. Infatti, pur se la disciplina in materia pubblicitaria contenuta nella legge n. 175 è da considerarsi superata dal c.d. decreto Bersani, anche alla luce di quanto statuito nella recente sentenza n. 3717/2012 della Suprema Corte di Cassazione, resta attribuita agli Ordini e Collegi professionali la valutazione in merito al rispetto dei requisiti di veridicità e trasparenza del messaggio pubblicitario, che – ove ritenga che tali requisiti siano stati violati – ben può irrogare la sanzione di legge (purché il provvedimento disciplinare sia esaurientemente motivato sul punto). In particolare, l’organo di disciplina può valutare se gli strumenti pubblicitari utilizzati contengano o meno la necessaria indicazione del nominativo del direttore sanitario e del correlato titolo di odontoiatra; inoltre, non possono formare oggetto di pubblicità anche l’attività di “medicina estetica” nonché prestazioni di consulenza dietetica, branche della medicina e non dell’odontoiatria non ricomprese nell’autorizzazione sanitaria rilasciata dal competente Comune.

Prestazioni gratuite (art. 54)

Per ciò che concerne le prestazioni sanitarie gratuite, è indiscusso che lo specialista possa prestare gratuitamente la propria opera in particolari circostanze, suscettibili di essere individuate, oltre che sulla base di linee indicative dettate dall’Ordine di appartenenza, anche sulla base di un orientamento di buon senso, risultando l’elemento della “particolarità” per sua natura circoscritto a casi non ordinariamente riscontrabili nell’ambito dell’attività professionale. Si fa riferimento ad un caso in cui i servizi offerti gratuitamente, secondo la pubblicità divulgata, dal Centro, di cui è responsabile il sanitario, risultano essere trattamenti sanitari all’ordine del giorno nel contesto di un centro dentistico (“radiografia panoramica”, “tutte le radiografie endorali”, “tutte le anestesie”) e non circoscritti neppure ad un determinato lasso di tempo, non integrando, perciò, quei caratteri di eccezionalità richiesti dalla disposizione deontologica di riferimento. Simili indicazioni pubblicitarie risultano, inoltre, idonee ad ingenerare spinte consumistiche e comportamenti inappropriati da parte dell’utenza, magari indotta dal vantaggio economico a richiedere prestazioni non necessarie. In un altro caso in presenza della pubblicità relativa ad un’offerta della prima visita gratuita e della consulenza gratuita non è apparsa legittima la sanzione irrogata dall’Ordine per violazione all’art. 54, ultimo comma, C.d. (in base al quale la gratuità della prestazione può essere offerta dal medico “in particolari circostanze” e “purché tale comportamento non costituisca concorrenza sleale o illecito accaparramento di clientela”), laddove emerga dagli atti che tale iniziativa sia stata promulgata in sole due inserzioni promozionali: una, rivolta specificamente a pazienti diversamente abili e subordinata all’accertamento di condizioni e modalità da acquisire direttamente presso la struttura, e l’altra inserita nell’ambito di un’iniziativa temporalmente circoscritta al mese di giugno, espressamente qualificato come “mese della prevenzione”. In considerazione delle peculiari e limitate condizioni nel contesto delle quali sia offerta una consulenza gratuita nell’ambito della prima visita odontoiatrica, in tale iniziativa non è in alcun modo ravvisabile un pregiudizio ai principi di dignità e decoro professionale, né appare idoneo ad integrare concorrenza sleale o illecito accaparramento di clientela. Pertanto, è da ritenersi fondata l’eccezione sollevata dal ricorrente circa la violazione di legge per errata interpretazione dell’art. 54 del Codice deontologico, ai sensi dell’art. 2 della legge 248/2006 (n. 29 del 27 maggio).

Tariffa agevolata (art.54 – art. 56)

È legittima la contestazione mossa in ordine all’utilizzo della dicitura “tariffa agevolata”, diffuso nella quasi totalità delle inserzioni pubblicitarie della società, in ragione della indeterminatezza del costo delle prestazioni erogate, in contrasto con i principi di trasparenza e veridicità della pubblicità. A seguito della legge n. 248/2006 (c.d. decreto Bersani) sono state, infatti, abolite le tariffe professionali applicabili alla categoria. Di conseguenza, i prezzi delle prestazioni applicati dal ricorrente e non specificati nelle inserzioni, risultano privi di un termine di paragone, idoneo a qualificarle “agevolate” e, in quanto tali, suscettibili di originare una falsa prospettazione della realtà nel consumatore. Da ciò scaturisce una tipologia di pubblicità promozionale e astrattamente comparativa, quale è quella prospettata dal ricorrente, non obiettiva e non corredata da dati oggettivi e controllabili, in quanto tale, sanzionabile disciplinarmente, ai sensi dell’art. 56 C.d. (n. 29 del 27 maggio).

Riformulazione del messaggio (art. 64)

Il principio di proporzionalità nell’applicazione della sanzione rispetto al fatto contestato impone di considerare se, dalla ricostruzione dei fatti, risulti che l’incolpato abbia tenuto un comportamento informato alla collaborazione, ai sensi dell’art. 64, quarto cpv. del Codice Deontologico, provvedendo a riformulare il messaggio pubblicitario dopo aver preventivamente interpellato l’organo di disciplina. In relazione a tali circostanze, valutata la lieve gravità dell’abuso, la personalità dell’incolpato e le modalità di verificazione dei fatti, la Commissione Centrale, in applicazione della legge n. 42/1999, che modifica la precedente legge n. 175/1992 in materia di pubblicità sanitaria, ben può rideterminare la sanzione nella misura più lieve (n. 22 del 27 maggio).

Riformulazione del messaggio (art.64)

È meritevole di accoglimento la doglianza con la quale il ricorrente lamenta violazione del principio di proporzionalità nell’applicazione della sanzione dove risulti dalla ricostruzione dei fatti che l’incolpato ha provveduto a riformulare il messaggio pubblicitario a seguito della contestazione formale dell’Ordine, tenendo un comportamento informato alla collaborazione, ai sensi dell’art. 64, quarto c.p.v., del C.D.. Pertanto anche alla luce della giurisprudenza della CCEPS in ordine alla valutazione del “diminuito disvalore deontologico”, e della novella di cui alla legge n. 248/2006, che fa propendere per una rideterminazione della sanzione nella misura minima prevista dall’ordinamento, è da ritenere equo ridurre l’entità della sospensione (n. 42 del 19 dicembre).

Targhe – uso di titoli

È infondato il ricorso con il quale si contesta il provvedimento sanzionatorio relativamente alla parte che si riferisce all’affissione di targhe apposte all’esterno dello studio medico recanti come testo: “Studio medico dott. … formazione specialistica in …”. Ciò in quanto l’utente può non individuare la differenza tra formazione specialistica e diploma di specializzazione, non essendo in possesso di competenze tecniche sufficienti per valutarne i diversi contenuti. L’art. 1, commi 3 e 4, della legge n. 175/1992 dispone che, in assenza di specializzazione, un medico può fare menzione della particolare disciplina specialistica che esercita utilizzando espressioni che non inducano in errore o equivoco sul possesso del titolo di specializzazione e purché sia attestato l’avvenuto esercizio dell’attività per i periodi previsti da detta normativa (n. 28 del 4 luglio).

Pubblicità su Groupon e Groupalia  (art. 54 – art.55)

Correttamente l’Ordine ha sanzionato il ricorrente per violazione degli artt. 54 e 55 del Codice deontologico per aver realizzato sui siti internet Groupon e Groupalia una pubblicità che presentava elementi di scarsa trasparenza e ingannevolezza.

Obbligo di comunicazione di accordi o convenzioni  (art.64  art. 65)

Il sanitario deve comunicare all’Ordine o Collegio di appartenenza ogni accordo, contratto o convenzione privata al fine della valutazione della conformità ai principi di decoro, dignità e indipendenza della professione. Quindi, viola il C.D. il sanitario che non provveda né alla preventiva comunicazione della società della quale è sanitario,  nè alla comunicazione dell’atto costitutivo e dello statuto (n. 33 del 24 ottobre).

Obblighi di collaborazione con l’Ordine o Collegio (art. 64)

Integra in ottemperanza agli obblighi di collaborazione che il C.D. pone a tutti gli iscritti nei confronti degli Ordini di appartenenza, la condotta del sanitario che, nel corso dell’audizione preliminare abbia omesso di fornire le informazioni richieste, rendendo necessaria una nuova convocazione, alla quale il sanitario non ha dato seguito. Quanto poi all’affermazione con cui il ricorrente lamenta che “alcune dichiarazioni concernenti la sua collaborazione con l’ordine non sono state inserite nel verbale”, occorre rifarsi al principio generale per cui i verbali redatti da pubblici ufficiali fanno fede fino alla querela di falso (n. 32 del 24 ottobre).

Patteggiamento

In merito agli effetti dell’applicazione della pena su richiesta, secondo la giurisprudenza prevalente in materia, la sentenza emessa a seguito di patteggiamento è equiparata ad una pronuncia di condanna. Infatti, per effetto della novella dell’art. 653 c.p.p., introdotta con la legge n. 97/2001, anche la sentenza di condanna e quella pronunziata ex art. 444 c.p.p. (patteggiamento) hanno efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità professionale davanti alla pubblica autorità quanto all’accertamento della sussistenza del fatto materiale, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso. In altri termini, la richiesta di applicazione della pena rappresenta una forma di ammissione di responsabilità dell’imputato, il quale implicitamente e volontariamente rinunzia ad avvalersi della presunzione di non colpevolezza, la cui tutela rimane affidata al potere del giudice di emettere una sentenza di proscioglimento ex art. 129 c.p.p.. Pertanto è pienamente legittima la sanzione irrogata sulla base del predetto provvedimento penale (n. 19 del 4 luglio).

Patteggiamento

Indipendentemente dall’esito del giudizio penale, la Commissione Disciplinare ha piena facoltà di porre a base del proprio convincimento le risultanze emerse dal procedimento penale, rendendole oggetto di autonoma valutazione sotto il profilo disciplinare. Tale principio emerge in modo evidente dall’orientamento uniforme della CCEPS e della Corte di Cassazione (sez. III civ., 1 ottobre 2004, n. 19658), atteso che “la condotta ritenuta irrilevante in sede penale (può essere) positivamente apprezzata in sede disciplinare” (nn. 37 e 38 del 19 dicembre).