E. Soresi Oncologo, Primario Emerito Ospedale Niguarda Ca’ Grande

La medicina moderna progredisce seguendo schemi codificati. Aderenti al metodo scientifico. Che prevede la descrizione di quanto si intende realizzare sperimentalmente (razionale), con quali risorse terapeutiche approvate e su quale tipo di patologia. Il tutto dietro l’approvazione di un comitato non solo scientifico ma pure etico che valuti appropriata e non dannosa per i pazienti la sperimentazione terapeutica che si andrà a intraprendere. Tutto ciò deve essere “imbrigliato” in un protocollo con un linguaggio non esoterico, e con una metodologia replicabile in qualsiasi parte del mondo. Il metodo scientifico, appunto.

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Anche se la medicina è scienza applicata, procede attraverso “trial” sperimentali, cioè attraverso test che vanno a saggiare sicurezza ed efficacia di un certo ritrovato farmacologico o di un particolare trattamento (anche chirurgico) su gruppi di malati. Tra medici e pazienti esiste, com’è noto, la procedura del “consenso informato”. Il più delle volte un modulo da leggere e firmare. Ma nei casi più complessi e innovativi, il medico è tenuto a spiegare dettagliatamente la terapia, rispondendo alle domande e alle perplessità del suo assistito.

Nell’era pre-internet, l’aggiornamento farmacologico del medico si avvaleva, oltre ai convegni, di una figura popolarmente, e un po’ impietosamente, definita “rappresentante” dei farmaci. Figura che ha acquisito preparazione e competenza negli ultimi decenni, nella persona dell’informatore del farmaco. Tutto ciò che riguardava la medicina “altra” – chiamatela alternativa, complementare o naturale che sia – non faceva parte né della formazione universitaria, né della scuola di specialità del percorso medico.

Il medico doveva, e deve ancora oggi, acquisire conoscenze nell’ambito della medicina intergrata per propria scelta, interesse e, soprattutto, impegno di tempo, energie ed economico. Vero è che centri e corsi di studio sulla medicina complementare sono sorti negli ultimi decenni presso sedi universitarie anche italiane, magari affiancandosi a specialità che avevano già una certa “assonanza”, come per esempio la medicina termale.

Con l’avvento della rete, non solo il medico di famiglia, ma qualsiasi persona può attingere dati e informazioni attraverso la risorsa mondiale delle pubblicazioni medico-scientifiche (PubMed). Il concetto di “educazione continua in medicina” (ECM), pur con difficoltà di vario genere, è entrata nella mentalità e nelle abitudini dei medici e del personale sanitario.

Nel solco dell’aggiornamento continuo in medicina, è ormai desueta la contrapposizione tra medicina “ufficiale” e medicina “alternativa”. Contrapposizione polverosa, ormai superata in favore di tutte quelle procedure terapeutiche che, sempre dietro l’attenzione, l’esperienza, ma pure il senso critico del medico, possano recare beneficio e supporto al paziente nel suo percorso dalla malattia, o dal disturbo, al ripristino del benessere completo, di una quota di esso o addirittura, quando possibile, alla guarigione. Oggi una buona pratica medica deve avere a cuore non soltanto l’evento acuto, ma pure la malattia cronica, la continuità delle cure, l’intervento preventivo, la qualità di vita.

I vecchi termini, hanno lasciato il posto ai concetti di medicina “integrativa”, “funzionale”, “complementare”. Ma sempre più spesso, sia nella letteratura internazionale che soprattutto nella nostra terminologia, si sta affermando il concetto di  “medicina integrata”. Un’etichetta che identifica l’atteggiamento terapeutico di quei medici che si guardano bene dall’invitare il paziente a interrompere le terapie standard prescritte (inducendoli ad abbracciare i rimedi “naturali”), ma lavorano associando i trattamenti farmacologici, chirurgici, radioterapici o comunque ospedalieri, con altre sostanze o metodiche nell’ambito della medicina un tempo definita alternativa o “dolce” che dir si voglia. Badando bene, per esempio, che il preparato scelto, di provenienza naturale, non vada a interferire con una molecola farmacologica.

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L’agopuntura funziona da migliaia di anni, quindi si può ben dire che si basi sul concetto di evidenza medica, prima di entrare in protocolli e trial sperimentali. Idem dicasi per i prodotti di derivazione vegetale, usati empiricamente da sempre, fino al punto di essere oggetto di studi sperimentali. I cui risultati vengono oggi pubblicati in riviste internazionali di “integrated medicine”. E’ un percorso, se vogliamo, inverso a quello che la medicina moderna e sperimentale attua regolarmente. Parte dall’evidenza di efficacia empirica di un trattamento, per cercare di dimostrarne la validità in sede sperimentale. Avendo tra l’altro ben presente il concetto di effetto placebo. La cui teoria vuole che una sostanza o un trattamento non avrebbero reale efficacia terapeutica, ma i soggetti ne traggono beneficio in virtù delle aspettative e della fiducia che nutrono verso di essi (si pensi, tipicamente, all’eterna controversia relativa all’omeopatia).

Anche dall’analisi e dallo studio di queste problematiche, l’effetto placebo risulta essere fenomeno ben più complesso ed articolato di quanto un tempo potesse apparire. Al placebo in medicina vengono dedicati interi volumi, simposi, convegni, corsi di studio. Se non altro, la medicina integrata prospetta possibilità ulteriori di ricerca e comprensione dei processi di malattia, benessere e guarigione (tracciando geometrie complesse nei rapporti tra cervello, sistema nervoso e quello immunitario, che è poi quel grande terreno d’azione definito psiconeuroimmunologia).

Nella mente di molti medici, anche a fronte delle costanti richieste provenienti dai propri pazienti, si sta facendo strada il concetto che non esista una sola e unica medicina. Ovvero: c’è quella accademica e sperimentale dei grossi centri di ricerca biomedica, ma al suo fianco operano anche altre medicine, che sondano percorsi “alternativi”, nel vasto mondo degli integratori, dei preparati biologici, dei trattamenti fisici, delle apparecchiature biomedicali, delle cure termali. Approcci (fisici o psicologici che siano) volti a integrare, per l’appunto, il bagaglio delle risorse personali nel cammino verso la meta finale: la salute. Interventi che vanno a collocarsi in quella vasta corrente di pensiero della medicina personalizzata, o individualizzata, di cui tutti i medici, da qualsiasi scuola provengano, ormai parlano, e che comunque partono da un concetto chiave: al primo punto dell’agire terapeutico, da sempre, è contemplato l’insegnamento di non danneggiare il proprio paziente (primum non nocere).

Mancava un libro che parlasse in termini chiari di cosa sia e come venga applicata, su casi specifici, la medicina integrata.

Lo hanno scritto un medico, Enzo Soresi, già primario dell’Ospedale Niguarda di Milano, e due giornalisti medico-scientifici, Pierangelo Garzia ed Edoardo Rosati. Partendo da un caso clinico grave, seguito da Soresi, il libro affronta il tema dell’attuazione della medicina integrata prendendo in considerazione tutti i suoi molteplici aspetti, tra cui: la prevenzione, gli stili di vita, l’alimentazione, l’attività fisica, l’uso di integratori e fitoterapici, il ruolo dell’epigenetica e dell’effetto placebo. Consapevoli che la medicina integrata, comprendendo anche le definizioni di “naturale”, “complementare” “mente-corpo”, è un settore in continuo fermento (basti consultare la letteratura scientifica relativa alle “medicine complementari ed alternative” riunite sotto la sigla inglese “CAM” da Complementary and alternative medicine), questo libro viene regolarmente aggiornato attraverso una pagina Facebook.