Nicola Perrini

Centro di Odontoiatria e Stomatologia Pistoia

Presidente Fondazione Prof. L. Castagnola

Presidente Associazione Amici di Brugg

Il  mio metodo di infibulazione endoalveolare è l’unico metodo del genere e io vi dichiaro che più che alla paternità tengo all’italianità del mio metodo”

Roma 1954

Nella storia dell’implantologia riscontriamo una unanimità di consensi sul nome di Manlio Formiggini, cui va dato il merito di aver ideato gli impianti alloplastici endoossei “progenitura tutta italiana di questo movimento di pensiero” come giustamente scrisse il Prof. Augusto Pecchioni.

Manlio Formiggini nacque a Modena l’8 aprile 1883 e morì nella stessa città  il 4 novembre 1959 all’età di 76 anni; sempre a Modena aveva conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia ed era stato assistente alla Divisione Chirurgica della stessa Università mentre all’Università di Bologna si era specializzato in Odontoiatria.

Manlio Formiggini (8-4-1883/4-11-1959)

L’essere di religione ebraica, pur avendo partecipato come volontario sia alla campagna di Libia del 1911 che alla prima guerra mondiale meritandosi una medaglia di bronzo e una d’argento, lo portò a subire le leggi razziali con la confisca di tutti i suoi beni e, per evitare l’internamento, si rifugiò in montagna dove, come medico, partecipò alla Resistenza.

Alla fine della guerra, avendo perso tutto, si trovò in condizioni economiche molto precarie e solo con il suo lavoro e la sua onestà morale riuscì a risollevarsi e a portare avanti le sue ricerche sugli impianti alloplastici endoossei; a tal proposito scriveva:

“Ho cominciato i miei studi sugli impianti molto prima della guerra ma tutte le mie esperienze andarono perdute……dopo la guerra i primi interventi positivi risalgono al 1946. Comunicai per la prima volta il mio metodo a Milano nel 1947 e mostrai tre casi, due di denti isolati e un terzo di una protesi a ponte tra un dente naturale e una mia vite”.

Non è questa la sede per valutare il contesto culturale odontoiatrico italiano del dopoguerra, ma, come scrive Formiggini: ”Cominciai a trovare opposizioni sistematiche e non costruttive, tendenti a demolire i miei studi…..e l’opposizione la trovai specialmente nelle persone dei professori …… i quali senza portare argomenti, senza discussione, con una semplice alzata di spalle, dissero che queste viti sarebbero state eliminate nel giro di due o tre anni…..; ma l’autorità loro era tale che io dovetti accettare la sfida. Al quarto anno mi presentai al Congresso di Stresa con quindici casi tutti positivi e fra i quindici casi vi erano anche quei primi tre casi che avevo comunicato a Milano…..portai con me un paziente che si prestò a farsi esaminare ed a farsi interrogare. Ho voluto dimostrare quante difficoltà si incontrano e quanta pazienza bisogna avere per introdurre un metodo nuovo nell’ambito scientifico”.

Anni durissimi per il non giovane Formiggini, alleviati solo dalla stima di alcuni che avevano intuito la sua preveggenza quali il Prof. Ceria di Torino ed il Prof. Zepponi di Roma. Per meglio comprendere il clima che circondava Formiggini, riporto cosa scriveva il Prof.Augusto Pecchioni: ”Conobbi Formiggini nel 1954 al Congresso di Venezia e posso testimoniare il silenzio e la derisione che seguirono alla sua comunicazione, nonché la ferocia dei suoi denigratori….quantopiù che Formiggini usò sempre un linguaggio per nulla provocatorio”.

Il riconoscimento internazionale della sua priorità riguardo agli impianti endoossei avvenne molto tardivamente soprattutto per merito di Raphael Chercheve che nel 1955 a Parigi lo riconobbe pubblicamente.

La “Vite cava” di Formiggini

“la vite che ho ideato per le infibulazioni endomascellari viene costruita con un filo metallico inalterabile di 1 mm.-1,5 mm. di diametro avvolgendolo a spirale attorno a un asse centrale che stabilizza il sistema. L’asse centrale non è che la continuazione del filo e così pure la base formata dalle due estremità libere del filo che vengono saldate assieme. Da ciò pare chiara e giustificata la denominazione di “vite cava” che le ho attribuito perché il passo della vite è, per così dire libero, sospeso però stabilizzato dal perno centrale”.

La tecnica Formiggini per gli impianti post-estrattivi immediati

Formiggini è stato anche il primo a descrivere gli impianti post-estrattivi immediati:”In presenza di un alveolo ancora beante per recente avulsione procedo ad una accurata toilette per asportare i tessuti normali e patologici, mettendo così a nudo la parete alveolare. Lavata generosamente la cavità con acqua ossigenata questa viene zaffata con garza iodoformica per 24 ore. All’indomani, tolgo lo zaffo, adatto con frese chirurgiche l’alveolo alla vite precostruita. Quest’ultima dovrà avere un diametro leggermente superiore a quello della cavità alveolare. Dopodichè arrovento la vite al color rosso e la immergo nello iodoformio. Insisto su questa manovra perché serve a creare una specie di vernice antisettica sul metallo. Raffreddata che sia , introduco la vite nell’alveolo con avvitamento forzato, fino a che la spirale sia completamente immersa nel tessuto osseo rimanendo esposto in bocca solamente il perno costituito dalle due estremità del filo saldate assieme. Se poi non esiste l’alveolo….con frese chirurgiche di diametro progressivo pratico nello spessore alveolare edentulo un alveolo artificiale….dopodichè mi regolo come nel caso precedente”.

La tecnica Formiggini per il carico immediato

Altra priorità di Formiggini è il carico immediato:

“Applicata la vite, si consiglia di procedere senz’altro indugio all’applicazione delle protesi, perché un corpo diviene estraneo nello organismo non tanto per la sua natura eteroplastica quanto per mancata funzione”.

Nel caso si volesse collegare l’impianto ad un dente naturale (come scrive al Dr. Hans Bohren di Praga): In questo caso prima di fare l’impianto prepari la corona del pilastro anatomico; successivamente pratichi l’intervento e subito prenda l’impronta. La protesi deve essere costruita e applicata nel più breve tempo possibile; se le riesce entro 24-48 ore”.

Nelle sue lettere Formiggini scrive di impianti perfettamente integrati e funzionanti anche dopo 14 anni.