L. Dell’Osso Professore Ordinario di Psichiatria e Direttore della Clinica Psichiatrica dell’Università di Pisa

R. Dalle Luche Psichiatra e Psicoterapeuta

Di seguito presentiamo un’intervista a Liliana Dall’Osso, psichiatra, che con il collega Riccardo Dalle Luche è autrice del volume “L’altra Marilyn”.

D: Sulla vita di Marilyn sono già stati scritti innumerevoli libri. Come mai anche lei ha deciso di affrontare questo argomento?

LDO: Non è tanto un libro su Marilyn, quanto un libro che, partendo dal “caso clinico” Marilyn, tenta di avvicinare il grande pubblico alle questioni essenziali della psichiatria e della psicoterapia di oggi.

D: In che modo?

LDO: Il germe del libro è stato un esercizio per i giovani specializzandi di tutta Italia che vengono alla riunione a Roma (Campus Angelini) che organizzo ogni anno da 10 anni. Avevo proposto in forma anonima il caso di Marilyn per farli lavorare su un caso complesso, cronico, nel quale a suo tempo sono stati fatti numerosi errori diagnostici e terapeutici. Soprattutto ho intravisto una interpretazione originale, verso cui inizialmente tutti hanno manifestato dissenso, ma in seguito hanno accolto con entusiasmo: il paradosso dell’autismo sottosoglia sotto la maschera della seduzione.

Successivamente ne ho parlato per caso, in treno, con un mio collega, Riccardo Dalle Luche. Ne è nata una discussione accorata e, dopo quindici giorni, alla fine, l’ho convinto della mia ipotesi. Quindi la decisione di scrivere un libro che fosse una sorta di autopsia psichiatrica di Marilyn: forse pochi sanno che l’attrice è stata oggetto della prima autopsia psicologica della storia forense.

Innanzitutto abbiamo dovuto acquisire una documentazione clinica completa sul caso, riassumendola come una cartella clinica. Successivamente abbiamo affrontato tutti i punti critici, sia dal punto di vista diagnostico, che farmacologico e tossicologico ed infine psicoterapeutico. Ne è venuto fuori questo libro che è sia divulgativo, nel senso che parla a tutti della psichiatria più moderna partendo da un caso noto a tutti, sia scientifico, perché le soluzioni che proponiamo sono scientificamente fondate. Per ovvi motivi, le parti più tecniche, per gli addetti al lavoro, sono state messe nelle appendici, visto che il libro è stato pensato per essere di piacevole lettura per tutti.

D: Ma perché proprio “il Caso Marilyn”

LDO: Per una serie di motivi. Innanzitutto perché io e Dalle Luche siamo dei grandi appassionati di cinema e da anni a Pisa organizziamo dei veri e propri corsi di formazione didattica che partono dalla proiezione in sala di film d’autore; eravamo, per così dire, già collaudati. Il secondo motivo è che Marilyn, oltre ad essere un prototipo di un certo tipo di pazienti, le “pazienti borderline”, complesse, gravi, con prolungato decorso di malattia, è anche il prototipo di quei personaggi che, forse proprio in virtù della loro diversità e dei loro stessi disturbi, hanno vite molto travagliate ma, nello stesso tempo, raggiungono le vette della celebrità e, spesso, scompaiono prematuramente – come recita il frammento di Menandro, “muore giovane chi è caro agli dei” – diventando dei miti immortali, pensiamo a Lady Diana, a Michael Jackson, a James Dean.

D: E’ molto cambiata la psichiatria dai tempi di Marilyn?

LDO: Direi che è totalmente cambiata! Ovviamente, l’essere umano è sempre lo stesso: di “Marilyn”, ad esempio, ne vediamo moltissime oggi, c’è addirittura chi parla di “società borderline”; anche di medici come Ralph Greenson, l’ultimo degli psicoanalisti dell’attrice, che scrivono libri, articoli per riviste e giornali, appaiono di continuo in TV come esperti, ne esistono moltissimi anche oggi, bravissimi a sedurre il pubblico, applicano spesso pratiche non scientifiche e talora falliscono dal lato terapeutico.

D: In cosa è cambiata la psichiatria?

LDO: E’ enormemente accresciuta la conoscenza del cervello e delle basi neurobiologiche dei disturbi psichici.

Siamo sempre più convinti che molti disturbi mentali nascono da alterazioni più o meno pervasive del neurosviluppo, che non va limitato alla vita intrauterina: il cervello muta continuamente fino alla fine dell’adolescenza e mantiene un certo grado di plasticità anche nella vita adulta. Dobbiamo focalizzare le terapie sulle alterazioni neurobiologiche che soggiacciono alle dimensioni sintomatologiche elementari, come l’insonnia, le ruminazioni, le ossessioni, i disturbi del contatto sociale e così via, non su generiche etichette diagnostiche come disturbi d’ansia o bipolari, pure idee platoniche di malattia.

D: E sul piano delle terapie?

LDO: Dal punto di vista farmacologico abbiamo dei farmaci specifici e sicuri, che non esistevano al tempo di Marilyn.

All’epoca la necessità di ricorrere alla sedazione con barbiturici fece moltissime vittime per overdose, accidentale o intenzionale, a scopo suicidario. Dal punto di vista delle psicoterapie, nessuno più oggi pensa di essere una specie di Sherlock Holmes che trova la “causa recondita” della malattia in qualche lontano evento di vita né tantomeno nessuno assolve una funzione onnipotente rispetto al paziente creando dipendenze patologiche. Gli psicoterapeuti lavorano insieme ad uno psichiatra curando l’importantissima parte relazionale della terapia, creando un campo psichico accogliente e rassicurante nel quale il paziente possa esprimersi liberamente ed essere accompagnato a superare i periodi più critici della malattia.

D: Quindi voi ritenere che gli eventi della vita non abbiano alcuna importanza nella genesi dei disturbi mentali?

LDO: Al contrario! Noi pensiamo che in soggetti predisposti gli eventi della vita, come traumi, abusi, lutti, esperienze estreme ma anche piccoli fatti che colpiscono la persona quasi inavvertitamente, si imprimano e lascino tracce spesso permanenti e dolorose. Ho dedicato gli ultimi dieci anni allo studio del disturbo da stress post-traumatico, mettendo a punto un apposito questionario che è stato

somministrato, ad esempio, ai sopravvissuti al terremoto di L’Aquila del 2009, ma anche ai soccorritori, al personale sanitario dell’emergenza e del pronto soccorso. Quello che è emerso e’ che, a parità di esposizione ad un evento traumatico estremo, come una catastrofe naturale, esiste una vulnerabilità individuale a sviluppare una psicopatologia, che è spiccata nei pazienti “borderline” come Marilyn.

D: Nel vostro studio, quali altri aspetti sono emersi, partendo dall’analisi di Marilyn?

LDO: Ci sono molte pagine dedicate al problema dell’identità, che era centrale in Marilyn per il noto conflitto tra la maschera/Marilyn e la povera/orfanella Norma Jeane, tra il falso sé e la persona sofferente, destrutturata e disturbata che lei era. Molti attori “si curano” proprio attrezzandosi professionalmente a gestire un proprio disturbo di identità; a Marilyn questo percorso è riuscito finquando l’effetto a cascata dei suoi disturbi non gliel’ha impedito, nonostante la grande determinazione a divenire una vera attrice, la costante presenza dei suoi maestri di recitazione sul set ed una cura dell’immagine che tutt’ora non ha pari ed è stata efficace sui media fino alla fine: looking good feeling bad, per antonomasia.

D: Insomma alla fine di tutto il percorso che ha portato a pubblicare questo studio che cosa si sente di suggerire?

LDO: Direi che troppo spesso sopravvivono e trovano consensi pratiche terapeutiche ed anche comportamenti pseudo-terapeutici privi di sostegno scientifico. Suggerirei quindi, anche se può non essere politicamente corretto, di affrontare i problemi di carattere psichico per quello che sono e non per quello che si immaginano essere, e sempre sotto la guida di persone di sicura formazione e competenza.