U. Bonuccelli, UOC Neurologia – AOUP

L’Alzheimer è una malattia progressiva ed inarrestabile: le cure finora disponibili a base di farmaci neurotrasmettitoriali che agiscono aumentando a livello cerebrale l’acetilcolina oppure riducendo la trasmissione glutammatergica si sono rivelate poco efficaci e capaci solo di migliorare i sintomi per i primi 2-3 anni di malattia.

I progressi della ricerca degli ultimi 10 anni hanno confermato quanto si sospettava anche in passato: quando la malattia si manifesta clinicamente – in genere con disturbi della memoria – in realtà il cervello è già ammalato da tempo. La malattia inizia con i depositi di una proteina anomala nel cervello, l’amiloide, circa 10 anni prima, qualche ricerca suggerisce forse anche 20 anni prima. I farmaci antiamiloide sono ormai disponibili in tutto il mondo anche se sempre in fase di sperimentazione; a Pisa ci sono attualmente 4 studi in corso con 3  farmaci antiamiloide differenti per pazienti con malattia conclamata seppur in fase molto iniziale: 2 anticorpi monoclonali per via endovenosa che rimuovono i depositi di amiloide dal cervello ed un inibitore delle beta-secretasi per via orale, che previene l’accumulo di amiloide.

Ora si proverà a fermare la malattia  prima che compaiano i sintomi, curando chi (ancora) non ce l’ha. Verrà somministrato un inibitore delle beta-secretasi per via orale – in anticipo sul manifestarsi dei sintomi della malattia a persone sane che nemmeno lamentano o presentano ai tests disturbi di memoria.

E’ la prima volta che si cerca di prevenire l’Alzheimer in persone sane

In realtà uno studio simile è già in corso da 1 anno circa  in Colombia dove 300  persone  scelte  da un’unica “famiglia” estesa – oltre 5.000 membri – in cui  l’Alzheimer ad esordio giovanile geneticamente determinata è estremamente diffusa: i primi segnali a 40 anni, la piena malattia a 45 anni.  Abitanti a Medellin e in remoti villaggi di montagna della zona, i membri della famiglia sotto indagine sono segnati da una particolare mutazione genetica. Quelli che hanno tale mutazione possono essere lontani molti anni dalla comparsa dei primi sintomi ma l’incombere sicuro della malattia nei portatori del gene mutato è così pesante da indurli a tentare questa soluzione.

Invece lo studio EARLY appena iniziato a Pisa nella Neurologia dell’Azienda Ospedaliero Universitaria, ed in altri in Italia e soprattutto all’estero – Europa e Nord America – si propone di offrire a persone sane oltre i 65 anni di età, oppure fra i 60 ed i 64 ma con un familiare colpito dall’Alzheimer, la possibilità di verificare mediante una semplice PET per l’amiloide la presenza di sostanza amiloide nel cervello. Nei casi in cui l’amiloide cerebrale supera i livelli ritenuti patologici (in media si ritiene intorno al 10% dei soggetti di questo gruppo di età esaminati) verrà offerto di partecipare ad un trattamento della durata di 5 anni con un farmaco antiamiloide per via orale. Durante tale periodo le persone saranno monitorate e seguite dall’equipe in modo stretto per valutare l’eventuale insorgenza dei sintomi dell’Alzheimer.Il farmaco, un inibitore della beta-secretasi brevettato dalla Janssen è del tutto sicuro e privo di reali effetti collaterali perché già ampiamente provato in pazienti con Alzheimer conclamata in alcuni studi con risultati incoraggianti.

L’idea di fondo di questo studio rivoluzionario è che se si somministra il farmaco all’inizio della malattia, quando ancora la sostanza amiloide non ha determinato un danno ai neuroni coinvolti nella memoria e nelle altre funzioni cognitive, si possa prevenire la malattia vera e propria cioè la perdita progressiva della memoria e del giudizio.

I risultati di questa ricerca potranno finalmente dimostrare in modo assoluto il ruolo dell’amiloide nello sviluppo della malattia, ritenuto fondamentale dalla maggior parte degli studiosi nel mondo, ma non ancora provato al 100%. Se i risultati saranno positivi si potrà prevenire e bloccare quella che è diventata un’epidemia che colpisce gli anziani nel mondo occidentale. Il 40% degli ultranovantenni, il 25% degli ultraottantenni ed il 14% degli ultrasettantenni  hanno l’Alzheimer!

Fra le altre iniziative centrate sull’Alzheimer la Neurologia di Pisa ha aderito all’iniziativa dell’Associazione Italiana Alzheimer che con il supporto della COOP di Firenze ha lanciato una raccolta fondi che finazierà un nutrito gruppo di assegni di ricerca (più di 20) in varie sedi universitarie ed ospedaliere in Italia. Il ricercatore di Pisa inizierà il suo progetto di ricerca sulla “Diagnosi precoce della Malattia di Alzheimer” nel settembre 2016. Con questa ed altre iniziative, in particolare il Progetto di Area Vasta Nord Ovest per le malattie Neurodegenerative, Pisa si propone come nodo centrale della rete di assistenza e ricerca sia per la Demenza che per il Parkinson, sviluppando le possibilità fornite dalle eccellenze dell’ospedale nel campo dell’Imaging di Risonanza e Medicina Nucleare e della Neurobiologia sviluppata da tempo nei laboratori  della Neurologia.