G. Vella, F. Guido, L. Mancuso, M. Nardi

U.O. Oculistica Universitaria – AOUP

Le problematiche della esperienza chirurgica iniziale degli specializzandi in oftalmologia sono complesse in quanto un errore anche lieve può portare anche ad una riduzione visiva permanente per il Paziente. A ciò si aggiunge il fatto che interventi di comune esecuzione, quali ad esempio la cataratta, vengono erroneamente considerati semplici mentre invece sono tecnologicamente complessi e non ammettono errori: ciò da indubbiamente  una forte pressione psicologicamente negativa sul giovane medico che inizia.

Tale pressione è poi accentuata dal fatto di dovere eseguire gli interventi nel contesto delle altre attività previste nella giornata  senza ritardarle ed ai tempi operatori che devono essere rispettati per non creare intralcio alle sedute.  A tutto questo si è cercato di porre rimedio con un approccio strutturato che  comprende inizialmente l’approccio teorico poi il wet lab ed infine la esperienza in sala operatoria. L’approccio teorico è fondamentale in quanto è necessario conoscere a fondo il funzionamento degli strumenti impiegati per poter adattare i parametri di utilizzo ad ogni situazione clinica; il Wet Lab è l’esperienza su occhi animali  (generalmente di maiale prelevati dal macello) che serve per prendere confidenza con l’uso del microscopia e della strumentazione complessa ed infine la pratica chirurgica vera e propria a cui gli specializzandi vengono avviati gradualmente.  Questo iter complesso ha comunque un punto debole: la difficoltà a concentrare gli interventi in un lasso di tempo ridotto di modo che la esperienza chirurgica venga rafforzata e la attività operatoria non sia più un fatto eccezionale ma divenga una situazione routinaria. Poiché andare oltre gli standard minimi previsti per l’addestramento chirurgico nelle nostre strutture è oltremodo difficile anni fa è stata valutata la possibilità di inviare gli specializzandi presso strutture estere ove fosse possibile svolgere un periodo intensivo di attività chirurgica.  Valutate diverse possibilità è scelta Agarwal Eye Hospital, Chennai, come la più promettente sulla carta in qualità Direttore della Scuola mi sono recato personalmente sul posto per verificarne la idoneità in termini di strumentazione, possibilità didattiche e non ultimo tutela dei pazienti e dei medici.

La sede doveva dare garanzia che i pazienti in caso di complicanze fossero seguiti adeguatamente secondo gli standard assistenziali del mondo occidentale. Risultata positiva la verifica in loco è stato  affrontato il problema amministrativo per poter convalidare il periodo di frequenza e gli interventi effettuati,  affinché potessero risultare nel curriculum formativo degli specializzandi, ed affinché si potesse dare un sostegno economico agli stessi a parziale copertura delle spese. Risolti questi ultimi problemi il programma  ormai attivo da anni prevede che gli specializzandi dell’ultimo anno a completamento del loro programma formativo trascorrano 15 giorni a Chennai ed in tale periodo effettuino 25 interventi di cataratta.

Ciò consente oltre alla possibilità di fare una esperienza chirurgica consistente in un tempo ristretto anche di fare una full immersion sull’argomento fuori da ogni altro condizionamento ambientale che potrebbe essere fonte di distrazione. Il feed back è stato così positivo che è stato adottato da altre scuole di specializzazione in Italia e all’estero. Di seguito la esperienza di una delle ultime 3 specializzande da poco rientrate da Chennai.

Chennai è una città caotica, in cui il rumore incessante dei clacson e la povertà di chi vive in ogni angolo di strada, ti suscitano sensazioni contrastanti difficili da descrivere.

Scene di estrema miseria e sofferenza contrapposte a scene di infinita gratitudine, lealtà e stima e ciò che più impressiona; non c’è diffidenza nei nostri confronti, ma solo una grande speranza: quella di poter ricominciare a vedere grazie alle cure da noi fornite.

La Clinica di Chennai ha sale d’attesa piene di persone. I pazienti per lo più sono giovani. Hanno tra i 45-50 anni, con un quadro clinico molto più complesso rispetti agli omologhi i pazienti italiani, con cataratte talmente consistenti da renderli praticamente ciechi. (Al policlinico di Pisa operiamo pazienti con un’età dai 65/70 anni in su, con cataratte molto meno consistenti.)

Abbiamo lavorato in un’equipe di operatori qualificati, tutor sempre pronti ad insegnare, correggere, supportare ogni nostro nuovo passo, in un ambiente lavorativo al pari degli standard europei, anche in termini di microscopi e strumentazioni.

Una full-immersion di 15 giorni, in cui ci è stata data la possibilità di far diventare routinaria un’attività per noi nuova, fino a quel momento considerata “spaventosa”, sempre spinti dalla sensazione di essere davvero utili per chi aveva bisogno.

Abbiamo conosciuto persone speciali, amici, colleghi, compagni di viaggio che ci hanno permesso di crescere umanamente e professionalmente.

Per me non è stato un semplice viaggio, ma un’esperienza indimenticabile che mi ha aperto una nuova strada, permettendomi di capire che bisogna ampliare i nostri orizzonti ed aprirsi alle possibilità che il mondo offre.