L. Rossi Medico Chirurgo, Specialista in Psichiatria, Dottore di Ricerca

La paura di invecchiare, di apparire meno sani e vigorosi, essere meno seducenti è sempre più diffusa e si presenta in media a partire dai 25-30 anni.

Un vero e proprio “burqua occidentale” che porta uomini e donne per inseguire gli attuali canoni di bellezza a ricorrere a uso di varie strategie: attività fisica, uso di nutraceutici/integratori e cosmetici. Il ricorso ad interventi di chirurgia plastica con finalità estetiche è in costante aumento. Secondo un’indagine condotta dall’AICPE (Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica) nel 2011 in Italia sono stati effettuati 52.878 interventi di chirurgia estetica. Di questi, l’intervento più praticato è stato la mastoplastica additiva (21%), seguito dalla liposuzione-liposcultura (19%) e dalla blefaroplastica (14%).

L’uso di botox, filler, radiofrequenze è letteralmente esploso anche tra gli uomini e nelle fasce piu giovani di età, grazie  alla minor invasività e diffusione.

Con il  Dottor Roberto Giachetti, Dermatologo e Chirurgo, durante la serata del 9 Agosto per il ciclo “In salute e bellezza” si è sottolineato un effetto benefico legato alla correzione di inestetismi e imperfezioni, naturalmente evidenti con l’avanzare dell’età. Molte persone, infatti, si rivolgono al Chirurgo,  per acquisire un’immagine migliore o correggere difetti che impattano sullo stile di vita. E’ indubbio che vi sia successivamente ad un intervento desiderato, un miglioramento del tono dell’umore, aumentata autostima  ed accettazione di se stessi e del proprio corpo. Perfino la vita sessuale può essere favorita da interventi mirati di chirurgia plastica, rendendo l’individuo più sereno e fiducioso nella gradevolezza del proprio corpo con impatto globale sulla qualità della vita del soggetto stesso.

Viceversa, quando il desiderio di migliorare un inestetismo estetico o un difetto diventa pervasivo e centrale per un individuo,  si può configurare un  grave stato di insoddisfazione.

Recenti studi svolti all’interno di reparti di dermatologia e di chirurgia estetica hanno rivelato la presenza di una percentuale che va dal 5% al 53% di persone che presentano un disturbo chiamato Dismorfofobia o Disturbo di dismorfismo corporeo.

Ma cos’è la dismorfofobia?

(dal gr. δύσμορϕος “brutto” e ϕόβος “paura”). Timore ossessivo d’essere o di diventare brutti, asimmetrici, deformi.

Morselli alla fine dell’800 utilizza per primo il termine “dysmorphia” per indicare una deformità o difetto percepito in maniera abnormne dal soggetto o addirittura assente.

Alcuni studi epidemiologici hanno riportato una prevalenza di punto che va da 0,7% a 2,4%.

Il disturbo è presente con una prevalenza che varia dal 9% al 12% nei pazienti dermatologici, dal 3% al 53% nei pazienti sottoposti a interventi di chirurgia estetica, dall’8% al 37% in soggetti con disturbo ossessivo compulsivo, dal 10 al 13% nei soggetti con fobia sociale e dal 14% al 42% in quelli con disturbo depressivo maggiore ( APA, 2014).

Questo disturbo da sempre considerato comune nelle donne, colpisce in realtà molti uomini. I maschi hanno più probabilità di avere preoccupazioni legate ai genitali, mentre le femmine hanno più di frequente un disturbo alimentare in comorbidità (APA, 2014).

Inoltre il rischio relativo di presentare il disturbo cresce tra coloro che non sono sposati, tra i divorziati e tra i disoccupati.

La dismorfofobia ha un’età media all’esordio di 16 anni con un decorso cronico, se non viene trattata.

E’ spesso in comorbidità con altri disturbi mentali. La più comune è con il disturbo depressivo maggiore (75%); seguono i disturbi da uso di sostanze (dal 30% al 48,9%); il disturbo ossessivo compulsivo (dal 32% al 33%); la fobia sociale (dal 37% al 39%), i disturbi del comportamento alimentare e i disturbi di personalità (Wilhelm, Phillips, Steketee, 2013).

Fattori culturali e psicologici possono influenzare l’esordio della malattia.

Paul Schilder (1935) conia il concetto di Immagine corporea definendola come

Quel quadro del nostro corpo che formiamo nella nostra mente

Lo schema corporeo ed il “quadro” diventa oggetto di attenzione continua ed induce preoccupazione eccessiva fino ad arrivare ad una vera e propria ossessione. Nei casi più gravi si assiste a continui checking delle parti del corpo ritenute asimmetriche, deformi ed il soggetto affetto può passare molte ore della giornata a ricercare e analizzare vecchi e nuovi difetti. L’attenzione continua all’aspetto fisico e ai tentativi di correggere i difetti spesso sottostimati da familiari, amici, conoscenti poiché assenti o non evidenti porta a ricorrere ad interventi chirurgici ripetuti. Raramente il paziente con dismorfofobia è soddisfatto e prosegue una ricerca ossessiva nel rimediare il difetto sottoponendosi ad interventi correttivi.

Tipico del disturbo è la ricerca di rassicurazione rispetto al difetto, controllo allo specchio, uso di posture, trucchi o abbigliamenti “protettivi” (vestiti larghi, maniche lunghe o make up).

Esiste inoltre anche una classificazione del grado di insight, ovvero di consapevolezza dell’irrazionalità e irrealtà delle proprie convinzioni. L’insight può essere sufficiente, scarso o assente. In quest’ultimo caso le convinzioni assumono aspetti deliranti.

A causa della pervasività del disturbo la dismorfofobia è ritenuta altamente disabilitante, infatti la socializzazione dei soggetti affetti è scarsa, l’attività lavorativa compromessa con inevitabile e progressivo isolamento.

Nel DSM-5 (APA, 2014) il disturbo di dismorfismo corporeo è stato inserito nella categoria dei disturbi ossessivo compulsivi. I criteri diagnostici sono i seguenti:

• Preoccupazione per uno o più difetti o imperfezioni percepiti nell’aspetto fisico che non sono osservabili o appaiono agli altri in modo lieve;

• A un certo punto, durante il decorso del disturbo l’individuo ha messo in atto comportamenti ripetitivi (ad esempio, guardarsi allo specchio; curarsi eccessivamente del proprio aspetto; stuzzicarsi la pelle, ricercare rassicurazioni) o azioni mentali (ad esempio, confrontare il proprio aspetto fisico con quello degli altri) in risposta a preoccupazioni legate all’aspetto.

• La preoccupazione causa disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti;

• La preoccupazione legata all’aspetto non è meglio giustificata da preoccupazioni legate al grasso corporeo o al peso in un individuo i cui sintomi soddisfano i criteri diagnostici per un disturbo alimentare.

Il decorso e prognosi è influnzato da una tarda valutazione psichiatrica, poichè i soggetti affetti  chiedono aiuto a specialisti diversi da quelli che si occupano di salute mentale e per la compromissione della consapevolezza di malattia.

La proposta di interventi farmacologici mirati ed una eventuale integrazione  con una psicoterapia finalizzata a ridurre il disturbo, sono spesso rifiutati dal paziente che spesso  preferisce rivolgersi ad altri specialisti.

Sarebbe quindi auspicabile prima di intraprendere un qualsiasi intervento medico-chirurgico a finalità estetica, una  consulenza specialistica per pazienti con anamnesi positiva per patologie psichiatriche e in attuale trattamento psicofarmacologico. Spesso alla prima visita chirurgica  è difficile cogliere la motivazione della richiesta, senza considerare poi che può accadere che il paziente stesso “mascheri” intenzionalmente patologie e sintomi psichici.

Infine, in soggetti che sono stati ripetutamente sottoposti ad interventi chirurgici e che non hanno tratto beneficio o che si rivolgono a troppi specialisti, un nuovo intervento solitamente non risolve il problema che spesso è di natura psicologica e non estetica.