A. Marsili Chirurgia della Mano AOUP e Casa di Cura S. Rossore

 

Sono passati venti anni dal primo allotrapianto di mano al mondo effettuato a Lione e diciotto dal primo intervento in Italia a Monza.

Dopo quel primo eccezionale intervento effettuato a Lione nel 1998, la procedura è stata messa in pratica in alcune centinaia di casi, molti dei quali bilaterali, ed attualmente sono una ventina i centri autorizzati a effettuare il trapianto di arto superiore da cadavere.

Come era logico aspettarsi il problema più importante legato a questo tipo di trattamento è ed è stato il fatto che sia indispensabile che il paziente assuma per tutta la vita una terapia immunosoppressiva per annullare la risposta dell’organismo ai tessuti impiantati di un altro individuo (allotrapianto);  inoltre è necessario che sia anche piuttosto forte a causa della enorme sensibilità dei tessuti cutanei che stimolano la più alta risposta di rigetto.

Attualmente si sta studiando il modo di evitare la terapia immunosoppressiva mediante l’utilizzo di cellule staminali (che hanno la funzione di limitare l’aggressione del sistema immunitario verso l’organo trapiantato) e mediante la modificazione genetica di particolari cellule del sistema immunitario che si occupano di difenderci dai germi, ma che provocano anche il rigetto dei trapianti d’organo.

Quindi possiamo dire che siano stati fatti degli enormi progressi dal 1998 che dovrebbero portare ad evitare che i pazienti trapiantati chiedano poi, dopo qualche anno, che gli venga amputato l’arto per l’eccessivo dolore o le conseguenze sulla salute generale determinate dalla terapia immunosoppressiva come è successo a quel primo paziente che si sottopose al trapianto di mano.

Attualmente si sta cominciando a proporre questo tipo di intervento anche ai bambini che hanno perso gli arti per problemi congeniti o per infezioni e si è visto che la risposta è ancora migliore rispetto agli adulti forse perché i bambini hanno una capacità di rigenerazione nervosa e tissutale in genere, enorme e quindi si pensa che più precoce sia l’intervento e più importante il recupero.

Ultimamente è stato effettuato un trapianto di mano bilaterale in un bambino appena nato prendendo la mani dal fratello gemello che era morto durante il parto ed aveva gli arti superiori normalmente sviluppati.

La ripresa della funzionalità degli arti trapiantati attualmente è molto buona con un recupero di oltre il 50% delle funzioni di una mano normale, mentre nei bambini il recupero si è dimostrato più veloce e migliore rispetto agli adulti.

L’altra faccia della medaglia, per quanto riguarda il trattamento di pazienti che hanno perso uno o due mani per malattie o traumi, è l’utilizzo del trapianto della mano bionica.

Attualmente esistono diversi progetti a livello mondiale per la messa a punto di una mano robotica che, impiantata a livello dell’avambraccio dell’arto amputato , è capace di registrare i segnali elettrici inviati dai muscoli e tradurli in movimenti della mano ed inoltre è dotata di  sensori posizionati in punti strategici che sono capaci di inviare messaggi ai nervi sensitivi e quindi trasformarli in informazioni sensoriali.

Un progetto che sta dando grandi risultati è quello nato dall’accordo tra vari gruppi europei, di cui fa parte anche la Scuola Superiore S. Anna di Pisa e dopo 20 anni di studi il risultato è stata la messa a punto di una mano bionica che per la prima volta è stata impiantata nel 2017 al Policlinico Gemelli di Roma ad una donna che aveva perso una mano in un incidente sul lavoro, mentre precedentemente un altro modello era stato impiantato ad un paziente danese che aveva perso la mano per lo scoppio di un petardo.

Non bisogna dimenticare il ruolo di primissimo piano che Pisa ha avuto nella sperimentazione e nella produzione della mano robotica, ricerche che inizialmente sono state portate avanti dal Dott. Silvestro Micera della Scuola Superiore S. Anna, insieme al dott. Paolo Pastacaldi ed al dott. Andrea Marsili della Divisione di Chirurgia della Mano dell’Ospedale S.Chiara.

La mano ha una enorme importanza  come organo prensile ( per la presa “di precisione” e “di forza”, ad uncino, ad anello, pinza chiave, presa laterale ) e come organo tattile che ci informa delle qualità più varie degli oggetti con cui viene a contatto (forma, temperatura, resistenza, asperità, umidità); inoltre la mano può essere usata per locomozione (per es. nel nuoto), come un’arma (per es. nel karatè), come attrezzo per spostare, divaricare, comprimere etc etc.; quando si perde una o ambedue le mani, il deficit che ne deriva è enorme sia per quanto riguarda l’attività lavorativa che la qualità della vita. La ricerca è indirizzata a mettere a punto un organo che possa aiutare le persone amputate, senza però che venga messa a repentaglio la salute generale fisica e psichica del paziente stesso.