C. Basile Fasolo

Lab. Comunicazione in Medicina, Dip. Med. Clinica e Sperimentale

Dottore si metta nei miei panni? Cosa farebbe lei al posto mio?

Frasi che abbiamo sentito molte volte nella nostra vita professionale e sociale e che ci fanno venire in mente la parola “Empatia”. Ma, cosa vuol dire esattamente?

Alcune definizioni: “la capacità di condividere i sentimenti o le esperienze di qualcun altro immaginando come sarebbe essere nella situazione di quella persona” ; “l’esperienza di comprendere le condizioni di un’altra persona dalla sua prospettiva. Ti metti nei loro panni e senti quello che provano”; “l’azione di comprendere, essere consapevoli, essere sensibili a, e vivere indirettamente i sentimenti, i pensieri e l’esperienza di un altro del passato o del presente senza che i sentimenti, i pensieri e l’esperienza siano pienamente comunicati in modo oggettivamente esplicito.. ed, anche, la proiezione immaginativa di uno stato soggettivo in un oggetto in modo che l’oggetto sembri fuso con esso”. Wikipedia, ormai punto di riferimento per la cultura diffusa di questi tempi, riporta: “Empatia: abilità di percepire e sentire direttamente ed in modo esperienziale le emozioni di un’altra persona così come lei le sente, indipendentemente dal condividere la sua visione delle cose; Simpatia: abilità di percepire la situazione in maniera simile alla persona coinvolta; ciò implica preoccupazione o partecipazione, o desiderio di alleviare i sentimenti negativi che l’altro sta provando” . L’empatia è il fondamento dell’intimità e di un legame stretto; in sua assenza, i rapporti rimangono emotivamente superficiali, definiti in gran parte solo da interessi reciproci o attività condivise. Senza empatia, potremmo vivere e lavorare fianco a fianco con altre persone e rimanere senza avere idea, un ricordo, un traccia dei sentimenti degli altri e neppure dei propri, come se fossimo solo degli estranei. L’empatia è il motore della vicinanza e del comportamento prosociale ed anche un freno verso un comportamento aggressivo o francamente malefico, facendoci prendere coscienza del dolore che stiamo causando. Di fronte ad una persona ad alto contenuto di tratti narcisistici e scarsa o nulla  empatia, possiamo restare basiti, attoniti, qualche volta feriti per sempre; basta un saluto freddo, un atteggiamento scostante, un atteggiamento di sopraffazione, una semplice “scortesia” e tutti quei comportamenti che tutti noi vorremmo non vedere mai attuati sulla nostra pelle (prevaricazioni, bullismo, cyberbullismo). E il mondo dell’assistenza non è immune da questo.

Ma cosa non è l’empatia? L’empatia e la simpatia, dunque, non sono sinonimi. Potremmo dire che “simpatia” implica l’andare d’accordo e condividere gli stessi valori della persona che abbiamo di fronte. Simpatizziamo con gli amici e i conoscenti con cui abbiamo qualcosa in comune nella vita, per questo ci risulta facile “metterci al loro posto”. Questo ricorda molto quanto scrive Goleman a proposito della “Empatia cognitiva”, ovvero semplicemente sapere come si sente l’altra persona e cosa potrebbe pensare. Talvolta chiamata perspective-taking, (mettersi nel punto di vista di), questo tipo di empatia può aiutare, per esempio, in una negoziazione o nella motivazione delle persone. Possiamo arguire che non è semplice mettersi nei panni di qualcuno con cui non si abbia niente da condividere solo sulla base di mettersi dal suo punto di vista;  l’empatia è un atteggiamento comunicativo/relazionale generale che permette di abbracciare tutte le interazioni interpersonali, indipendentemente dalle persone che ci stanno davanti, dal fatto di essere o meno d’accordo o di simpatizzare con loro e nello specifico ci fa “ sentire” quello che l’altro sente.

Ma quanto spesso nella relazione tra paziente e una figura di care-giver (medico, infermiere, riabilitatore, psicologo, badante ha poco significato), si usano parole come “empatia”, o espressioni come “essere empatico” in maniera parziale, confusa o del tutto inesatta ed inappropriata? Un esempio, ci viene da parole o espressioni molto usate in relazione interpersonale e in sanità: “capisco”, sapesse come la capisco”, “non sa come la capisco” e così via. Raccogliendo una storia da una paziente o da un parente, viene quasi spontaneo dire “ho capito”, lasciando intendere o fraintendere che abbiamo capito la portata di quanto affermato dal paziente o dal parente; in buona fede possiamo dire che abbiamo compreso la descrizione di segni e sintomi, ma possiamo dire di poter provare perfettamente ed esattamente ciò che la persona prova? Di fronte ad una madre a cui annunciamo la morte di un figlio e chiediamo il consenso al prelievo degli organi, possiamo dire “ capisco” o “ come la capisco”,  avendo avuto la fortuna che questo evento non ci abbia toccato? Può un operatore maschio capire veramente ciò che prova una donna nell’abortire? E’ possibile capire il trauma di una stomia o la menomazione di un arto per un anziano che vive solo? Potrà mai un uomo capire e provare ciò che prova una donna di fronte alla perdita di un seno? Tutte le risposte sono negative. Il problema, tuttavia, qui non è di notare quanto in alcune condizioni sia tecnicamente impossibile provare quanto prova l’altro e, quindi, sia impossibile essere “empatici” e neppure quanto in alcune condizioni sia necessario limitare la propria empatia nell’interesse superiore di fare esclusivamente il bene dell’altro, quanto piuttosto l’uso disinvolto, superficiale  delle parole. Ogni persona ha una capacità unica di emozioni o di esperienze coscienti e non esiste un modo stereotipato per comprendere veramente la perdita, la disperazione, il dolore, la sofferenza, la disapprovazione, la rabbia, la tristezza, la paura, l’apprensione o le infinite combinazioni di esperienze di un’altra persona. Affermazioni frettolose, come “ho capito”, di fronte a situazioni cariche emotivamente suscitano un effetto opposto: corriamo solo il rischio di suscitare rabbia, dolore e di allontanare gli altri o di essere allontanati. Ed allora, di fronte a frasi come “Dottore si metta nei miei panni? Cosa farebbe lei al posto mio? Mi creda, meglio la morte….”, proviamo, dunque, a sostituire un “Capisco” con un “Posso provare (solo) ad immaginare il suo dolore,  la sua perdita” o nel caso di una grave perdita “ Piango con lei il suo dolore”, a sottolineare come possiamo essere vicini all’altro come essere umani, anche quando, per nostra fortuna non abbiamo a patire condizioni simili. Questo non vuol dire non essere empatici (e come potrebbe essere altrimenti), ma vuol dire e ribadire almeno la nostra appartenenza al comune genere umano. Basta solo attuare un onesto e sentito “ascolto attivo”… ma di questo parleremo prossimamente.